XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Amare (di più), costruire e partire (per la guerra). 

Tre verbi un po’ strani, ma significativi, che riguardano tutto il cammino della vita. 

Anzitutto Gesù chiede di amare Lui PIÚ di ogni altra persona! Lì per lì ti fai due domandine: com’è possibile? Tranquilli! L’amore esiste solo nella sua pienezza, non sarebbe tale al 99%. Esiste solo al 100%. E allora questo non significa togliere qualcosa all’amore nei nostri cari, ma trovare quel riferimento per cui la nostra pienezza può rimanere sempre tale perchè ancorata a una pienezza infinita e gratuita. Quindi non si tratta di sottrarre, ma di trovare il pieno! La domanda potrebbe essere: “cosa mi fa amare IN VERITÁ a prescindere dai miei stati umorali,  dai meriti, dai tornaconti e dagli opportunismi?”. Ecco perchè dobbiamo riconoscere la pienezza che dà senso a tutte le mie pienezze. E per far questo occorre PORTARE LA CROCE, che non è una sventura che  capita tra il capo e il collo, ma il nome del prezzo della fedeltà a quello che credo. Per Gesù ha avuto la forma della croce, per me può essere una rinuncia, un’attenzione, una perdita del centro, una condivisione scomoda … Nessun masochismo, tutto a servizio della liberazione e dell’accrescimento del senso della vita. 

Gesù poi dice che essere suo discepolo è un compito che richiede un progetto da tenere costantemente sott’occhio. Per questo il racconto del vangelo inizia con l’invito a VEGLIARE, perchè troppe volte, la narcolessi socio-culturale che porta ai nostri sonni di massa pilotata –  a partire da quel cellulare che come una flebo teniamo sempre in mano a mo’ di scaricatore di adrenalina – richiede i nervi saldi di colui che non si lascia fregare ma ha il cuore sempre attento e in funzione per costruire la torre in maniera corretta!  

E infine … PARTIRE IN GUERRA! No! Non sia mai! Chiaramente è una metafora, un modo parabolico di parlare. Forse Dio è Dio degli eserciti perchè deve guidare un “esercito di pace”, quello dei suoi discepoli – nella guerra contro le ingiustizie, contro le devastazioni seriali delle menti e dei cuori, contro l’annullamento del pensiero e dell’identità … contro le mille guerre che partono dai nostri pensieri, e, quasi anonimamente, si espandono dalla prima cellula del cuore a tutto il Sistema Solare.