DOMENICA 29 MARZO …

PIETRE

Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Carissimi,

La domenica per noi è un momento bellissimo per stare insieme. Per stare insieme e attorno a qualcosa e Qualcuno che ci attrae, che ha qualcosa da dirci e insegnarci per il nostro cammino personale che ci porta a trovare noi stessi e il senso dei nostri passi. 

Oggi penso che sia bello soffermarsi intorno alla grande umanità di Gesù, alle sue lacrime e alle sue urla. 

Intorno a quello che Lui fa per noi, alla bella notizia che non ci sarà nessuna fine che darà fine ai nostri giorni. Intorno alla notizia che la vita è una risposta alle voci e alle parole che decidiamo di scegliere come guida per le nostre giornate, ai nostri essere presenti e consapevoli. 

Oggi sento un urlo, davanti a questo morto che “già manda cattivo odore”, un grido che ridà vitalità a quanto era ormai immobile e divorato dalle tenebre: “VIENI FUORI!”. Lo sento rivolto a me, rinchiuso al buio del mio sepolcro, in quella caverna che mi impedisce di prendere luce e di dare luce. Lo sento per me, “piedi e mani legate con le bende e il viso avvolto nel sudario”.

Mi raggiunge quella parola: “liberatelo, lasciatelo andare”. Già, perché si riprende il cammino quando mi liberano e mi lasciano andare. Quando Qualcuno accanto a me mi sostiene e mi indica anche “dove”. 

Insieme, sempre nel nome di un’alleanza, che non mi sostituisce mai nella responsabilità e nella creatività, ma nasce dall’incontro e dal cuore accogliente. 

Vi lascio con parole assai migliori di quelle che potrei scrivere, sono di Ermes Ronchi:

“La ribellione di Gesù contro la morte passa per tre gradini:

1. “Togliete la pietra”. Rotolate via i macigni dall’imboccatura del cuore, le macerie sotto le quali vi siete seppelliti con le vostre stesse mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare a se stessi e agli altri; via la memoria amara del male ricevuto, che vi inchioda ai vostri ergastoli interiori.

2. “Lazzaro, vieni fuori!” Fuori nel sole, fuori nella primavera. E lo dice a me: vieni fuori dalla grotta nera dei rimpianti e delle delusioni, dal guardare solo a te stesso, dal sentirti il centro delle cose. Vieni fuori, ripete alla farfalla che è in me, chiusa dentro il bruco che credo di essere. Non è vero che «le madri tutte del mondo partoriscono a cavallo di una tomba» (B. Brecht), come se la vita fosse risucchiata subito dentro la morte, o camminasse sempre sul ciglio di un abisso. Le madri partoriscono a cavallo di una speranza, di una grande bellezza, di un mare vasto, di molti abbracci. A cavallo di un sogno! E dell’eternità. Ad ogni figlio che nasce, Cristo e il mondo gridano, a una voce: vieni, e portaci più coscienza, più libertà, più amore!

3. Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte: liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, i nodi della paura, i grovigli del cuore. Liberatelo da maschere e paure. E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare, qualche lacrima, e una stella polare.

Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa amare, piangere e gridare; che libera e mette sentieri nel cuore. E capisco che Lazzaro sono io. Io sono Colui-che-tu-ami, e che non accetterai mai di veder finire nel nulla della morte”.

Un grande abbraccio, buon giorno NEL Signore!

Per riflettere:

  • Quali legami mi tengono imprigionato?
  • Cosa vuol dire per me ascoltare la parola di liberazione di Gesù?

SABATO 28 MARZO …

“Pronto, Divin Maestro?”

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Un pensiero … 

Se ne dicono tante su Gesù, per qualcuno è il Cristo, per altri uno che ha sbagliato regione, per altri un profeta … “e nacque un dissenso”. Insomma, non riusciamo a metterci d’accordo. 

Questa esperienza si vive nelle cose più elementari. Io,  per esempio, l’ho vissuta, molto banalmente, questi giorni, in cui – lo so, non c’è niente da ridere ma mi ha fatto assai sorridere e la voglio condividere – mi successo un fatto, più volte. Mi telefonano: “pronto, Divin Maestro?”  “Sì – rispondo – buongiorno!”. “Avrei bisogno delle pastiglie perché il mio cane ha la diarrea” (scusate) … Lì per lì rimango un po’ interdetto e poi spiego alla signora che ha sbagliato numero: “guardi che la farmacia ha lo stesso nome della Parrocchia, ma controlli il numero che è diverso” … dopo cinque minuti richiama con la stessa richiesta … la mattina dopo altra telefonata per sapere se erano arrivate le mascherine … Vabbè, in fondo è anche divertente. Perché lo dico? Per una questione molto semplice: le parole cercano la nostra responsabilità, non le possiamo trattare con superficialità. Divin Maestro  può voler dire parrocchia o farmacia. Dio può voler dire “Gott mit uns” per i nazisti o “Divina Provvidenza” per il Cottolengo. Gli esiti sono molto diversi,  dipendono dalle nostre precompressioni e dalla nostra onestà, anche se la parola è sempre la stessa.  Le parole non hanno senso fino a quando noi non diamo loro il significato vero che ci vogliono trasmettere. E questo capita con tutto. 

Come si fa a sapere? Il Vangelo ci suggerisce di avere l’umiltà di mettersi in ascolto e non tirare subito le somme prima di fare il conto. Il conto lo faccio io cercando di capire,  di seguire, di fare risuonare. Cercando di capire, detto banalmente, se Divin Maestro è una Parrocchia, un bar o una farmacia, cercando di darmi una risposta: “Cosa c’è lì dietro? Cosa c’è lì dentro? Cosa c’è dentro Gesù? Cosa c’è dentro di me che mi metto davanti a Lui? Cosa vuol dire che devo rinascere dall’alto? Cosa significa che non so fino a quando non accolgo e non rendo mio un legame vitale?”. Tante domande, che Nicodemo e i soldati avevano capito: “Mai un uomo ha parlato così!”, “«La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Nicodemo e i soldati ascoltano. I farisei no, sapevano già tutto (poveri..) perché “era scritto”… Ma la verità non esiste mai da sola, esiste solo in relazione con te e perché tocca la tua vita. Così Gesù. 

Gesù non è un punto di arrivo, ma di partenza, perché “dal nostro modo di giudicarlo  (considerarlo, dico io ) saremo giudicati (considereremo, ribadisco) anche noi”. 

“Pronto, Divin Maestro?” …

Buon sabato a casa!  

Per riflettere:

– “Cosa c’è dentro Gesù? Cosa c’è dentro di me che mi metto davanti a Lui? Cosa cerco in Lui?”

– “Cosa significa che non so fino a quando non accolgo e ascolto?”

VENERDI 27 MARZO …

GRANDE GRANDE GRANDE … 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Un pensiero… 

Il Vangelo di Giovanni è sempre un po’ farraginoso e non immediato da capire. Eppure  quando si capisce è stupendo. Le cose vanno scavate, mai fermarsi all’evidenza! Rileggere il testo! 

Anzitutto alcune piccole strane parole: Gesù va a Gerusalemme non apertamente, quasi di nascosto, ma … parla liberamente. Insomma – ti viene da dire – vogliamo deciderci?

Di fronte al suo esporsi qualcuno dubita, sragiona chiedendosi come mai non lo facciano fuori, perchè dice delle cose strane, diverse, non congruenti alle attese religiose di quanti si dicono: “costui sappiamo di dov’è”.

Ha ragione Semeraro quando scrive: “Talora voler vedere (pensare di sapere, dico io) è un modo per non voler credere fino a diventare prigionieri delle apparenze o, più gravemente, del proprio modo di immaginare il mondo senza, in realtà, aprirsi a riconoscerne la verità e la bontà”.

Arrivo al punto: ci sono delle forze nella nostra vita, che a catechismo venivano chiamate fede, speranza e carità e che “più laicamente” potremmo definire legame, desiderio  e amore, che NON VEDONO. Non sono per niente evidenti, non si possono misurare con il righello, oltrepassano infinitamente le nostre constatazioni e rendiconti, ma, uniche, CI FANNO VIVERE. 

Lo dico – concedendo il copyright del pensiero a mia sorella – con le parole di una canzone. 

L’altro ieri era il compleanno di Mina: 80 anni. Chi non la conosce? Una sua canzone si intitola GRANDE, GRANDE, GRANDE (per favore andate a sentirla, è stupenda). Dice le stesse cose di cui vorremmo parlare. 

  1. Lei si lamenta di lui e dei suoi difetti:  Con te dovrò combattere, Non ti si può pigliare come sei. I tuoi difetti son talmente tanti Che nemmeno tu li sai. Sei peggio di un bambino capriccioso, La vuoi sempre vinta tu. Sei l’uomo più egoista e prepotente Che abbia conosciuto mai”.  Un’evidenza tutt’altro che promettente. Ma chi, sano di mente vorrebbe mettersi insieme a una schifezza umana del genere? Un calcio nel sedere potrebbe essere l’unica soluzione. Eppure, continua lei: “Ma c’è di buono che al momento giusto Tu sai diventare un altro. In un attimo tu Sei grande grande grande, le mie pene Non me le ricordo più”. Sì, solo chi ama e si ama può vedere e dire queste cose. Solo chi spera oltre può continuare a vedere ciò già che ora non vede. Solo chi crede in qualcuno può accorgersene. 
  2. Ci sono le amiche di lei, invece, che vivono una vita ineccepibile, meravigliosamente oleata nelle prospettive e nei programmi: “Io vedo tutte quante le mie amiche: Son tranquille più di me. Non devono discutere ogni cosa. Come tu fai fare a me. Ricevono regali e rose rosse. Per il loro compleanno. Dicon sempre di si, Non hanno mai problemi, son convinte Che la vita è tutta lì.”. Hanno solo un difetto: sono sole nelle loro certezze meravigliosamente paralizzanti e mortifere, infatti lei se lo dice con convinzione: “E invece no, invece no La vita è quella che tu dai a me. In guerra tutti i giorni, Sono viva, sono come piace a te”. Il museo delle cere è pieno di persone perfette, peccato che siano di cera! 
  3. In guerra tutti i giorni, ma VIVA! Perché scorre amore, vita, speranza … perchè scorre una forza che non vede, ma scommette e vive. Perché nella vita bisogna continuamente mettersi in gioco, e contrariamente a quanto pensiamo, non è vero che “si vince o si perde”, ma “SI GIOCA O SI PERDE”! (provate a pensarci, è una cosa che mi ha fatto molto riflettere). Quando lo capiremo, quando avremo CREDUTO che questa forza, questa convinzione, questa inevidenza degli occhi ma certezza del cuore si può realizzare, anche noi, potremo dire, al nostro amore: SEI GRANDE, GRANDE, GRANDE, COME TE, SEI GRANDE SOLAMENTE TU!” 

CREDERE PER VEDERE! Perché questa è l’ORA! 

Avanti! 

Per riflettere…

  • Mi permetto di imparare ancora qualcosa dalla vita? 
  • Sono troppo paralizzato dalle mie certezze?

GIOVEDI 26 MARZO …

Processi

Dal Vangelo secondo Giovanni

… Il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita…

Il Vangelo di oggi è lungo, è un lungo processo estenuante nei confronti di Gesù, accusato di essere un bestemmiatore, perché guariva di sabato, ma il sabato non si poteva! Si può ricominciare a vedere solo dalla domenica al venerdì, il sabato è vietato ridare la vista ai ciechi! Poi Gesù risponde che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Ma  purché? Motivo molto semplice: Gesù per mettere al centro il Padre dei cieli ri-metteva al centro i figli di terra. Eh già, non puoi parlare di Dio se non parli di uomini. Non puoi amare il Padre se non ami i suoi figli, ossia, quelli che tu rendi tuoi fratelli. 

Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi

Semplice ma non facile!

La vita di chi dice di essere cristiano (tremo!) – e lasciamo da parte i farisei per parlare di noi – consiste solo in questa cosa: “FARE …IN MEMORIA DI LUI!” … “ma la sua parola non rimane in voi”, ci direbbe Gesù. 

E noi, sinceramente, dovremmo rispondere: “mi sa che hai ragione”.

Oh, non buttiamoci giù, siamo già abbastanza a terra e le nostre ruote sono sgonfie. C’è una possibilità: invertire la tendenza per dare nuove forme alla nostra vita. E se ricominciassimo ad “andare da Gesù per avere vita”, ossia, ogni volta che DIALOGHIAMO con la sua Parola ci domandassimo: “cosa mi stai dicendo per avere vita, oggi, con le persone che vivono con me?”? … forse qualche risposta nuova potrebbe aprire nuove strade. Forse capiremmo che prima di fare il processo al Figlio di Dio, gentilmente messo “fuori porta” per essere “richiamato in causa” adesso, quando tutto ci è sfuggito di mano, dovremmo chiederci: “ma io dove mi trovo? Sto camminando? Esco da me per incontrare? So riconoscere nel legame con Dio quella sorgente che ha  gli occhi, le mani e la voce di Gesù?”

Buon cammino, c’è strada! 

Ancora futuro. 

Un abbraccio. 

Per riflettere… 

  • Io dove mi trovo? 
  • Sto camminando? 
  • Esco da me per incontrare? 
  • So riconoscere nel legame con Dio quella sorgente che ha  gli occhi, le mani e la voce di Gesù?

MERCOLEDI 25 MARZO …

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Un pensiero:

Ed eccoci arrivati a metà settimana, buongiorno e buona giornata a tutti! 

Oggi è la festa dell’Annunciazione,  la buona notizia che il Figlio di Dio ha trovato una casa dove crescere, un grembo materno caloroso e accogliente che lo ha portato con sé facendosi portare, e lo ha messo al mondo: Maria!

É la storia del legame con Dio, che si avvera. La storia di ogni vita  (di ognuno di noi) che abbia l’umile desiderio di definirsi “cristiana”, rimanendo e diventando sempre più “umana”. 

Pensavo al fatto che tutto nasca da una Parola. La Parola di Dio che si incontra con la parola di una donna. 

Noi diciamo che la Parola di Dio va ASCOLTATA. Oggi invece, Maria ci dice di più:  la Parola di Dio non va solo ascoltata, va DIALOGATA, ossia mediata, accolta e vissuta nelle mie parole. Perchè con quella Parola, il mio essere una parola nel mondo – ossia una comunicazione per altri – io diventi sempre più e in verità me stesso. Io sono chiamato a diventare me stesso, non altri da me. Nella mia unicità sono chiamato a “fiorire”, non nel confronto ostile e competitivo con gli altri, fossero pure dei santi. 

Penso al dialogo di Maria e penso a una lettera, come quelle che si scrivevano una volta e si mandavano a qualche destinatario: qualcuno me la spedisce. Occorre aprirla. Dopo averla aperta occorre leggerla. Dopo averla letta occorre rispondere. Dopo avere risposto occorre imbustarla e spedirla. E la lettera crea un movimento, fa nascere qualcosa, dà vita a parole che prima ancora non esistevano.  Sono io quella parola. Parola che è nata dall’incontro con un’altra che l’ha preceduta.

L’organo del concepimento di Maria sono le sue orecchie. Gesù è nato da un dialogo con un Angelo che è diventata disponibilità di cammino. 

Ho riportato l’immagine della stupenda Annunciazione di Simone Martini. Il pittore lo aveva capito. Aveva quasi disegnato un fumetto: quella parola entra dalle orecchie della Madre di Dio in ascolto. Un fumetto ante litteram, che raggiunge anche noi. 

Ora, la Parola viene consegnata alle nostre orecchie, alle nostre mani, alla nostra vita. 

Ogni giorno. 

Un abbraccio a tutti! 

Per riflettere: 

  • Mettendomi in dialogo col Vangelo: cosa rispondo? Dove mi sento interpellato? 
  • Che tipo di attenzione rivolgo al Vangelo? 

MARTEDI 24 MARZO …

COLPA DI UN ALTRO … 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Un pensiero … 

Buongiorno di tutto cuore!

Mi incuriosiscono due espressioni del Vangelo di oggi, cercherò di comunicarle pensando a quello che stiamo vivendo:

  1. Gesù chiede all’uomo infermo: “VUOI GUARIRE”? Alla  risposta affermativa del  malato segue il comando, perentorio: “alzati, prendi la tua barella e cammina”. Non so, mi sembra che ci sia una sorta di ironica spregiudicatezza da parte del Maestro, che, col suo comando, mi manda questo messaggio: “forse certe cose non capitano, perché, alla fine non le vuoi”! Lo dico pensando ai nostri giorni, alla pandemia che ci sta “paralizzando” …. Ma poi, senza scomodare il Padre dei cieli, “noi vogliamo guarire?”. Solo la risposta affermativa, conclamata con tenace fermezza a noi stessi, può essere inizio di un cammino. Se non cominceremo a chiederci “vogliamo veramente guarire, siamo disposti a prenderci le nostre responsabilità, i nostri lettini dai quali non vorremmo alzarci con la gambe ma solo a parole … ?“, veramente, “potrebbe capitarci qualcosa di peggio”. Perché peccare significa non centrare, e dunque mancare, il bersaglio della nostra vita e della nostra umanità. Ma non è punizione divina, facciamo tutto noi! Self-made-men! 
  2. I GIUDEI PERSEGUITAVANO GESÚ PERCHÉ GUARIVA DI SABATO. Insomma, ci sono dei momenti che è vietato guarire, vivere e rinascere (?!). E, udite udite, “per motivi religiosi”: lo impone la sacra legge mosaica. Ma come: il Creatore vuole interrompere il flusso della vita, della ri-creazione costante dei suoi figli? Non penso. O, per lo meno, NON LO PENSA GESÚ, ed è molto più importante di quello che possa pensare io. Il nostro legame con Dio ci ammazza o ci dà vita? Ci blocca o ci rimette in piedi? Ci fa pensare a delle scuse “tanto ci pensa la Divina Provvidenza”, oppure ci fa rimboccare le maniche …? Sono domande forti. Gesù ha risposto, in modo così chiaro che l’hanno messo in croce. Insomma: niente e nessuno ha potere su di me se io non glielo dò. 

Aggiungerei una terza riflessione, ma io lo faccio per me. Ognuno lo faccia per se stesso e si metta “nei piedi” di questo uomo paralitico, davanti a Gesù, facendosi la famosa domanda: “ma io, voglio guarire?” 

Un abbraccio affettuoso, buona continuazione! 

Per  riflettere:

  1. Voglio guarire? Da che cosa? 
  2. Chi è che mi “precede sempre” nella piscina, quando si muovono le acque? Perchè? 

LUNEDI 23 MARZO …

PRIMO PASSO …

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive».
Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Pensandoci: 

Gesù era un grande camminatore. 

I suoi passi nella Galilea e nella Samaria, per chi gli fa spazio, risuonano ancora oggi nelle tappe della geografia esistenziale delle nostre personalissime esperienze. Quanta Galilea delle genti, della confusione, del paganesimo e della fede genuina si alternano, nei nostri cuori affannati, in questi giorni! 

Gesù cammina anche lì, e lo fa con la sua Parola che diventa “comunicazione di cambiamento” anche per noi. 

Gesù “cammina” lasciando una grande impronta anche nella vita del funzionario del re, che stava vivendo una situazione disperata a causa della malattia gravissima del figlio. All’accorata supplica del padre, “rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 

Il vangelo ci parla di un segno – miracolo, che non si ripete, ma ha un valore permanente per tutti: la Parola di Gesù ha il potere di sanare e guarire. 

L’esperienza che, invece, universalmente, riguarda proprio tutti è che un uomo credette a quella Parola e si mise in cammino …. Questo fa la differenza, inaugurando la possibilità e la speranza di “scendere” nuovamente là dove non vorresti che capitassero mai certe cose, e credere che i tuoi passi, i tuoi pensieri, e le tue mani operose possono aprire sentieri di novità. 

Questo deve capitare anche per noi,  secondo il Vangelo, che mi pare suggerisca una semplice e rivoluzionare parola: “non avere paura di fare il primo passo. Non avere paura di fare dei passi anche se sarai primo e solo”. 

I primi passi permettono al mondo di cambiare, di rinnovarsi. 

Conversione significa fare PASSI NUOVI.

Fare PASSI NUOVI significa CAMBIARE IL MONDO, perché cambiano chi li fa. 

Per riflettere: 

  • Qual è il “primo passo” che non ho ancora fatto nella mia vita? 
  • Una volta finita l’emergenza,  quali passi di novità vorrò fare per me e per il mondo nel quale vivo? 

DOMENICA 22 MARZO …

Buona domenica!

A tutti voi, cari Parrocchiani,  amici  e … fratelli!

Sì, perchè in questo momento ci sentiamo fratelli come non mai, ma non perchè ci vogliamo più o meno bene (non è detto che i fratelli lo facciano), ma perchè consapevoli che, oltre a essere figli di Dio (e non tutti lo credono), siamo tutti figli della medesima situazione che ha cancellato i nostri modi di “classificarci”:  non siamo più né ricchi né poveri, né belli né brutti, né istruiti o ignoranti, né famosi o sconosciuti, ma tutti, dentro le nostre case, più uniti che mai nella stessa medesima situazione che ci tocca indistintamente, anche se non lo vogliamo.

Ieri ho sentito alcuni amici di Bergamo al telefono. Erano stremati. Non ne potevano più. Per la strada loro sentono soltanto il suono delle sirene dell’ambulanza. Noi, forse non ci stiamo ancora rendendo conto. Speriamo di non doverlo fare mai.

Per favore, state a casa. Stiamo a casa. Questo è il gesto di amore più bello che possiamo fare. Il nostro coinvolgimento in una grandissima responsabilità. Sì, anche noi possiamo fare qualcosa di positivo in tutto questo trambusto. Anche noi, con la nostra pazienza, potremo permettere al mondo di vedere di nuovo la possibilità di una nuova normalità. 

Stamattina ho celebrato la Messa: vi porto sempre tutti, indistintamente, nel mio pensiero e nel mio cuore. Ci mettiamo nelle mani di colui che crea e ri-crea. 

IL VANGELO DI OGGI 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

UNA MEDITAZIONE

Ricopio le parole di Ermes Ronchi, sono bellissime: 

Siamo tutti come ciechi in cerca della luce

Il protagonista del racconto è l’ultimo della città, un mendicante cieco dalla nascita, che non ha mai visto il sole né il viso di sua madre. Così povero che non ha nulla, possiede solo se stesso. E Gesù si ferma per lui, senza che gli abbia chiesto nulla. Fa un po’ di fango con polvere e saliva, come creta di una minima creazione nuova, e lo stende su quelle palpebre che coprono il buio. In questo racconto di polvere, saliva, luce, dita, Gesù è Dio che si contamina con l’uomo, ed è anche l’uomo che si contagia di cielo; abbiamo uno sguardo meticcio, con una parte terrena e una parte celeste. Ogni bambino che nasce “viene alla luce” (partorire è un “dare alla luce”), ognuno è una mescolanza di terra e di cielo, di polvere e di luce divina. «Noi tutti nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto» (M. Zambrano).

La nostra vita è un albeggiare continuo. Dio albeggia in noi. Gesù è il custode delle nostre albe, il custode della pienezza della vita e seguirlo è rinascere; aver fede è acquisire «una visione nuova delle cose» (G. Vannucci). Il cieco è dato alla luce, nasce di nuovo con i suoi occhi nuovi, raccontati dal filo rosso di una domanda ripetuta sette volte: “come ti si sono aperti gli occhi?”. Tutti vogliono sapere “come”, impadronirsi del segreto di occhi invasi dalla luce, tutti con occhi non nati ancora. La domanda incalzante (come si aprono gli occhi?) indica un desiderio di più luce che abita tutti; desiderio vitale, ma che non matura, un germoglio subito soffocato dalla polvere sterile della ideologia dell’istituzione. L’uomo nato cieco passa da miracolato a imputato. Ai farisei non interessa la persona, ma il caso da manuale; non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi, ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia, perché è stato guarito di sabato e di sabato non si può, è peccato… Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo, ma solo a se stessa e alle sue regole? Per difendere la dottrina negano l’evidenza, per difendere la legge negano la vita. Sanno tutto delle regole morali e sono analfabeti dell’uomo. Anziché godere della luce, preferirebbero che tornasse cieco, così avrebbero ragione loro e non Gesù. Dicono: Dio vuole che di sabato i ciechi restino ciechi! Niente miracoli il sabato! Gloria di Dio sono i precetti osservati. Mettono Dio contro l’uomo, ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede. E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo che torna a vita piena, «un uomo finalmente promosso a uomo» (P. Mazzolari).

E il suo sguardo luminoso, che passa e illumina, dà gioia a Dio più di tutti i comandamenti osservati!”

Un abbraccio a tutti!

SABATO 21 MARZO …

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

 

Cari amici, buongiorno a tutti! 

Sì, auguriamocelo ancora! Sì, continuiamo a sperare! Non smettiamo di sognare e di anelare a una rinnovata normalità che,  in questi giorni di “covatura” forzata nella stretta dei muri delle nostre case, può diventare possibilità di camminare ancora. San Paolo dice che “siamo salvati nella speranza”: facciamoci ancora salvare dalla speranza, dalla nostra voglia di vivere, non facciamoci mangiare dall’angoscia; ogni gesto che facciamo sia pieno di vita, anzi, domandiamoci:  quello che dico, penso, faccio, sta portando vita, a me e agli altri?”. Noi in questo momento siamo nelle mani di tante persone che si impegnano con tutto loro stesse per darci il meglio che possono. Le ricordiamo. Mandiamo loro tutta la benedizione che portiamo nei cuori. Le ringraziamo. E magari, rivolgiamo al Signore la stessa preghiera del pubblicano al tempio che dice solo una cosa: “Signore, abbi pietà di me, che sono un peccatore”. É una preghiera bella, che esprime tutta l’incertezza, l’incapacità, la confusione di cose che non si capiscono, ma anche il realismo di chi sa che può rivolgersi al Padre anche “a distanza” (come stiamo facendo noi le cose nei nostri giorni), e senza alzare gli occhi al cielo, perchè la testa ci è diventata molto pesante e non sappiamo bene come guardarLo. Ma la nostra preghiera raggiungerà il cielo, l’altra del tronfio narcisista spiritualizzato no, anche perchè non si rivolgeva al Padre, ma decantava le sue performances religiose a se stesso. 

Ma a salvarci, non è neanche e solo la preghiera, che magari in questi giorni facciamo più difficoltà a fare, ma il Salvatore, quello che ci ha raccontato Gesù. 

VENERDI 20 MARZO

OTORINOLOGICAMENTE PARLANDO … 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Un piccolo pensiero … 

Domanda coraggiosa quella di “uno degli scribi”. Regole, regoline, regolucce, regolone riempivano le scuole della Torah, ossia della Legge di Dio. Domandare quale sia la prima è domanda forte, potrebbe corrispondere a: “ma tra tutte queste cose, queste esigenze, questi avvenimenti … cosa rimane?” Risposta di Gesù: “rimane l’amore”. Ora, Gesù tutto era meno che un illuso, sapeva cosa significasse questa parola. Lo sapeva al punto da assumerla morendo su una croce. Sì: “morto per amore”. Perchè la verità dell’amore è questa: “ti dono qualcosa di me”, “ti dono me”. 

Attenzione però, l’impegnativo comandamento è preceduto da un verbo, all’imperativo: “ascolta!”. Questo tutti lo tralasciano e allora … si arriva dove si arriva. 

Non si ascolta una Parola sensata per noi, non si ascoltano i palpiti faticosi della respirazione della terra, non si ascolta il pianto di chi ci sta accanto, non si ascolta il depauperamento di sempre più persone che devono vivere per arricchirne ingiustamente sempre meno, ci si accusa istituzionalmente della causa delle malattie omettendo vergognosamente, la causa di tutto: la mancanza di ogni senso sulla quale si costruisce, oggi, la vita dell’umanità. Il mortifero dialogo con il proprio ego che deve stare sempre e inevitabilmente al centro di ogni cosa fa stragi. 

La sordità miete vittime, porta alla morte … ce ne stiamo accorgendo. 

Rimettiti ad ascoltare se vuoi riscoprire l’amore, ossia la forza di rinascere oltre e attraverso la morte. Rimettiti a sentir-ti. Leggi le tue tensioni e le tue incertezze: chiediti che cosa ti stanno chiedendo,  chiediti cosa ti sta suggerendo la terra, chiediti che cosa stai facendo per cambiare qualcosa, chiediti cosa potrai fare di nuovo, personale, insieme ad altri, per rialzarti e cambiare qualcosa. 

Ascolta! E fallo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la forza e con tutto se stesso. 

Ascolta significa ama!

Se lo faremo tutti potremmo chiudere le scuole della Legge, perchè, finalmente, avremo trovato la vita. 

Per riflettere:

  • Quando sento dentro di me cosa non va, sono capace di ascoltarlo?
  •  A chi devo dare più ascolto, oggi?