QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, B

VITA SENZA DEMONI E UN MONDO GUARITO

7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli. Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio. Il nostro Dio ama gli orizzonti e le brecce.

A due a due: perché il due non è semplicemente la somma di uno più uno, è l’inizio del noi, la prima cellula della comunità. Ordinò loro di non prendere nient’altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere la stanchezza e un amico su cui appoggiare il cuore. Né pane, né sacca, né denaro, né due tuniche. Saranno quotidianamente dipendenti dal cielo. Li vedi avanzare da una curva della strada, sembrano mendicanti sotto il cielo di Abramo. Gente che sa che il loro segreto è oltre loro, «annunciatori infinitamente piccoli, perché solo così l’annuncio sarà infinitamente grande» (G. Vannucci).

Ma se guardi meglio, puoi notare che oltre al bastone portano qualcosa: un vasetto d’olio alla cintura. Il loro è un pellegrinaggio mite e guaritore da corpo a corpo, da casa a casa. La missione dei discepoli è semplice: sono chiamati a portare avanti la vita, la vita debole: ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Si occupano della vita, come il profeta Amos, cacciano i demoni, toccano i malati e le loro mani dicono: «Dio è qui, è vicino a te, con amore». Hanno visto con Gesù come si toccano le piaghe, come non si fugga mai dal dolore, hanno imparato l’arte della carezza e della prossimità. E proclamavano che la gente si convertisse: convertirsi al sogno di Dio: un mondo guarito, vita senza demoni, relazioni diventate armoniose e felici, un mondo di porte aperte e brecce nelle mura. Le loro mani sui malati predicano che Dio è già qui. È vicino a me con amore. È qui e guarisce la vita. Francesco ammoniva i suoi frati: si può predicare anche con le parole, quando non vi rimane altro. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro.

Gesù li prepara anche all’insuccesso e al coraggio di non arrendersi. Come i profeti, che credono nella parola di Dio più ancora che nel suo realizzarsi: Isaia non vedrà la vergine partorire, né Osea vedrà Israele condotto di nuovo nel deserto del primo amore. Ma i profeti amano la parola di Dio più ancora che i suoi successi. I Dodici hanno quella stessa fede da profeti: credono nel Regno ben prima di vederlo instaurarsi. L’ideale in loro conta più di ciò che riescono a realizzarne. Bellissimo Vangelo, dove emerge una triplice economia: della piccolezza, della strada, della profezia. I Dodici vanno, più piccoli dei piccoli; sulla strada che è libera, che è di tutti, che non si ferma mai e ti porta via, come Dio con Amos; vanno, profeti del sogno di Dio: un mondo totalmente guarito.

(Ermes Ronchi) 

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, B

IL PACCHETTO DI SIGARETTE 

 

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Sapere e conoscere non sono la stessa cosa! Uno che sa una cosa non è detto che la conosca. Anche per Gesù: tanti sapevano chi fosse, sapevano addirittura tantissime cose su di Lui, ma … non lo credevano. Anzi, proprio il loro “presunto” sapere  era  il motivo  per non crederLo. Esattamente come capita ai nazaretani. Pensavano di sapere tutto del figlio di Maria e del falegname, e proprio questo motivo li ha portati a non credere che potesse essere il figlio di Dio. Tant’è che gli unici che imparano chi sia il Nazareno sono i discepoli, ossia “coloro che lo seguivano”. Seguire significa camminare dietro, essere aperti al nuovo. 

Non basta sapere una cosa per conoscerla. Tutti abbiamo paura della morte, eppure, anche sapendo che, come riportato sui pacchetti delle sigarette “il fumo aumenta il rischio della cecità, i minori non devono fumare, il fumo del tabacco contiene 70 sostanze cancerogene, il fumo uccide – smetti subito!”, a  livello mondiale ci sono 1,25 miliardi di consumatori adulti di tabacco, circa 1 adulto su 5: sono amanti della morte? Sanno, ma non conoscono la verità di queste parole. Tutti sappiamo che la guerra distrugge il mondo: eppure sulla terra nel 2023 i conflitti sono aumentati del 12% rispetto al 2022 e di oltre il 40% rispetto al 2020. Una persona su sei vive in un’area in cui vi è un conflitto attivo. Tutti sanno che droga uccide, eppure il consumo di droga continua a essere elevato in tutto il mondo. Nel 2021, il 5,8% della popolazione mondiale – pari a 296 milioni di persone – ha fatto uso di stupefacenti, con un aumento di circa il 23% rispetto a 10 anni prima… e potremo continuare la lista all’infinito. Sappiamo, ma non conosciamo cosa significhi fidarci di quel sapere. 

Come si fa, allora, a passare dal sapere alla conoscenza? Attraverso il riconoscimento di quello che so, ossia:  la pratica. Pratica che è rinnovamento, che è desiderio di stare e di ripetere il nostro SÍ alla vita e al Dio della vita. Lo vorrei dire con delle parole scritte da Ernesto Olivero, il fondatore del SERMIG: Il nostro dare la vita ci rende totalmente liberi per amare tutti con cuore indiviso come Gesù. Nella vita di fraternità non diventiamo mai dipendenti dall’UMORE degli altri, ma diventiamo dipendenti dall’AMORE di Dio. Qualunque dipendenza ci limita e ci rattrista, la libertà del cuore rallegra la nostra vita e ci apre al servizio gratuito. Dipendiamo solo dall’amore di Dio perchè da Lui impariamo ad amare con gratuità, senza aspettarci nulla in cambio se non la gioia di fare felici gli altri. Tristezze e paure di cui è pieno il mondo affliggono anche tante persone che scelgono di dare la vita. Non basta dire sì a Dio una volta per sempre, e poi chiuderci nel nostro SÍ. Occorre puntare sull’amore che è nuovo ogni giorno. Il SÍ è sí se dá vita, se crea vita intorno, proprio come una nuova continua creazione. Il SÍ è vero se ci supera, se ci aiuta a dare un senso alla vita sempre. Il SÍ ci rimette in discussione ogni giorno perchè l’orgoglio non ci renda impenetrabili, perchè l’arroganza e la superbia non spadroneggino. Desidero che ognuno cerchi di capire se il suo SÍ sta portando vita o paura, vita o morte. Se chiediamo al Signore il dono di capire, anche i più duri di noi avranno la grazia di cercare e di capire. Se c’è buona volontà risorgiamo, cambiamo, perchè Gesù è venuto a portarci la certezza che possiamo cambiare in qualsiasi momento. Il SÍ è sì se attrae altri sí, il SÍ è sí se diventa bene per quelli che ci avvicinano. 

Noi che ci diciamo cristiani SAPPIAMO che Olivero ha ragione. 

Lo RI-CONOSCEREMO PRATICAMENTE questa settimana?  Se la risposta è positiva, arriveremo alla conoscenza. Altrimenti … continueremo a sapere cose del tutto inutili, anche le più belle e preziose.