XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

“TRASFORMATI”!

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale
vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue
azioni».

Non è sempre facile capire che cosa significhi “pensare secondo Dio”. Il Vangelo ci dà qualche luce e qualche traccia, ma i troppo sicumerosi sulla conoscenza certa della volontà di Dio sulla loro vita, a volte fanno storcere un po’ il naso. La sola cosa chiara da parte di Gesù è che, aldilà di tutto, noi possiamo cominciare a pensare Dio a partire da Lui, dai suoi gesti e dalla sue parole, che oggi, diversamente da domenica scorsa – quando Pietro veniva lodato per avere risposto in modo giusto a proposito della divinità del Figlio di Dio – sono un aspro rimprovero per tutti quelli che, come il primo degli apostoli, anziché “andare dietro” a Gesù si mettono davanti a Lui per dirgli che cosa gli deve accadere e che cosa debba fare. Lo stesso intento che stava a cuore anche al diavolo nell’ingresso del deserto delle tentazioni. É apostolo e discepolo, invece, chi crede ancora che ci si salva non avendo paura di donare, rinnegando tutte quelle cose che ci mettono continuamente al centro del mondo e di ogni cosa (anche “religiosamente”), e credendo che la sapienza e la forza di Dio sono contenute dal limite segreto della Croce, strada di un destino di tutti i figli di Dio, che non trova compimento nella morte ma nella Resurrezione; strada che non si ferma ma si riapre sull’infinito; strada che porta all’amore, a se stessi.  

É quello che ci dice San Paolo nella seconda lettura: “non conformatevi ma sappiate trasformarvi” … perché forse il senso della vita sta proprio in questo: non temere di trasformarci continuamente, dare nuovi volti e nuova luce alla nostra vita fiduciosi che solo questa segreta disponibilità è l’unica a tirarci fuori dalle nostre granitiche sicurezze e insicurezze per rimetterci in cammino, sempre sedotti, come il profeta Geremia, da quel fuoco ardente che c’è nelle nostre ossa e chiede di trovare degli spazi per ardere, scaldare e illuminare. 

Questa settimana proviamo a pensare e condividere cosa significhi TRASFORMARSI PERCHÉ FIDUCIOSI NELL’AMORE (inviare contributi di pensiero a l.lucca71@gmail.com ) . 

Parole e PAROLA

PAROLE

La nostra vita è inondata di parole, ne siamo completamente immersi da quando veniamo al mondo e non sappiamo che emettere suoni che, a poco a poco, prendono forma e colore, per la gioia di una mamma che sente pronunciare per la prima volta una semplice sillaba ripetuta che sprigiona una forza emotiva che non ha eguali e da quel momento non ci si ferma più. 

Ne diciamo una quantità smisurata in ogni momento e altrettante ne ascoltiamo. Parole che accarezzano, che feriscono, che ti accompagnano per lungo tempo, parole mai pronunciate che rimbombano in silenzi assordanti che ti soffocano l’anima, parole urlate e mai arrivate a destinazione. Parole che contengono il mondo e parole che denominano ciò che riempie il mondo. Parole piene di grazia e piene di spine.

PAROLA 

Sopra a tutte le parole c’è la PAROLA, quella che non siamo capaci veramente di ascoltare perché ci mette in discussione, ci costringe a risposte che non ci piacciono perché rompe gli equilibri della nostra ordinaria quotidianità e apre ferite che portiamo in noi e che cerchiamo di non vedere e di fuggire perché ci mettono profondamente in discussione. Forse perché non abbiamo la capacità e la forza di trasformare queste ferite nel luogo dell’incontro con Dio, attraverso l’incontro con chi ci sta accanto. Perché è quella PAROLA che mi invita, con una libertà disarmante, a prendere la mia vita e depositarla nelle sue mani. E questo mi toglie dalle mie ipocrite certezze, dalla convinzione di bastare a me stessa, del “ma io sto bene così”, del mio essere un cristiano solo di nome e di comodo, fino a quando, speriamo, ci renderemo conto che ci stiamo privando di quella pienezza che dà senso al nostro andare, di scegliere come compagno di viaggio Colui che può riempire di GIOIA VERA la nostra vita. “Vivere nel nostro limite e dargli un senso. Lasciamoci inondare dalla Luce della tua Parola per RI-NASCERE”

Ecco, abbiamo la risposta in quella PAROLA e non siamo capaci di farla nostra.

  «Di parole si vive…La vostra gioia sia piena. Io sono con voi. Della Parola si vive.

Benedette le parole che non tornano al cielo senza avere irrigato la terra»

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

TUTTI A SCUOLA! 

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila,
perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –,
eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

 

Continuano i segni di Gesù “in terra pagana”: Tiro e Sidone, terra di infedeltà, di idolatria. 

Il Cristo – inviato a salvare il Popolo Eletto di Israele – si fa ammaestrare da una donna e compie un segno “da Messia” con una straniera. Fedele e ligio al suo “dovere”, Gesù, infatti di fronte alla straniera, che inizialmente non meritava neppure che le fosse rivolta la parola,  cambia idea per il  suo modo di implorare, che i discepoli volevano esaurire non per amore e sensibilità nei confronti di un dolore, ma per l’eccessiva e petulante insistenza che li stava esageratamente infastidendo. 

Ebbene sì, il segno da notare, in questo caso, non è tanto il miracolo, che nel Vangelo ricorre abbastanza frequentemente per manifestare l’unica intenzione di Dio nei confronti del male, ma l’IMPARARE CONTINUO del Maestro che si lascia interpellare e ammaestrare dai segni che incontra per strada.

Gesù, ci ricorda la Lettera agli Ebrei, “imparò dalle cose che patì”. 

Gesù IMPARA. 

E noi?

Che cosa ci portiamo a casa da questo “segno”? 

Che cosa ci portiamo a casa da questo anno così strano, e per tanti di noi, non solo per via del COVID19? 

Cosa impariamo ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio? 

Il problema non è il senso delle cose, che a volte proprio non pare esserci, ma il senso che NOI diamo alle cose che viviamo. 

Ci facciamo anche accompagnare da Maria Assunta, donna che osservava e “serbava nel cuore”. 

La domanda non è “ha senso la vita?”, ma  sto dando senso, adesso, alla mia vita, qua?”.

Questa settimana proviamo a pensare e condividere cosa significhi IMPARARE DALLE COSE CHE CI SUCCEDERANNO (inviare contributi di pensiero a l.lucca71@gmail.com ) . 

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SONO IO! 

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Quando leggo i Vangeli con i “segni” di Gesù, che noi chiamiamo miracoli, mi vengono (quasi) sempre i sudori freddi: c’è la tentazione di pensare che se questi sono i modi per dirsi di Dio (se!), ancora oggi si devono rinnovare nelle nostre vite, altrimenti saremmo di fronte alla prova della sua inesistenza.

La pagina del Vangelo di oggi racconta tante pagine della nostra vita: ci sentiamo come i discepoli su una barca “agitata dalle onde”, a “molte miglia da terra”. Quante volte il vento è “contrario” rispetto alle direzioni intraprese e ai progetti dei nostri viaggi. Quante volte tutto ciò capita “di notte” e non ci resta altro che “gridare di paura”. Perché quel Gesù nel quale crediamo ci sembra “un fantasma”, ossia una creatura inesistente, magari frutto della nostra immaginazione, e l’unico pensiero che ci viene è collegare la situazione brutta che ci capita con la Sua irrilevanza e la Sua assenza; non ci resta che affermare con aria di sfida: “«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque» per capire che,  in quella situazione, solo il mio accogliere il suo “venire verso di me” costituisce la  possibilità per riacquisire coraggio e continuare a vivere senza “avere paura”, anche se tante situazioni non trovano la loro soluzione e Dio continua a manifestarsi nel “soffio di una brezza leggera”, ma tanto leggera, così leggera che a volte non la senti neanche. Pietro, come noi, vuole una soluzione, e a tutta risposta si sente dire dal Maestro: “Vieni!” … Venire significa andare verso qualcuno/qualcosa,  e, a seconda di cosa guardo, o cammino o affondo: gli occhi di Gesù lo fanno procedere, la bocca vorace delle onde impazzite lo fanno affondare. Rimane il grido e l’implorazione verso quella mano che sicuramente lo salverà. Ci salverà. In quell’orizzonte aperto – ma non sempre risolutivo dalla nostra parte- la possibilità di nuovi passi, cammini e significati. 

Forse in questa settimana sarebbe bello interrogarci nel nostro silenzio e interrogare i nostri silenzi per chiederci di cosa li riempiamo per darci la forza per ripartire e per vivere. Noi, come Pietro, troppo presi dalla nostra “poca fede” e pieni di dubbi. Come Elia, forti del sacrificio di 450 sacerdoti pagani! 

Questa settimana proviamo a pensare e condividere cosa significhi PERMETTERE A DIO DI CAMMINARE VERSO DI NOI nelle cose di tutti i giorni (inviare contributi di pensiero a l.lucca71@gmail.com ) . 

SPEGNERE I FUOCHI

Riguardo al Vangelo di Domenica e al commento di Don Luigi mi hanno colpito due cose.
-Voi stessi date da mangiare. Cioè se non ho capito male facciamoci pane per gli altri.
-2000 persone detengono più ricchezza di 4,6 miliardi di persone.
Riflettendo mi è venuto in mente un aneddoto che ho sentito alla tv sul papà di Madre Teresa di Calcutta. Suo papà diceva: “Guai portare a casa il pane quotidiano se non lo si è guadagnato con il lavoro e con il sudore e ancora peggio dopo averlo guadagnato onestamente non saperlo condividere con chi non ne ha”. Il papà di Madre Teresa è mancato il 2-8-1919 e come sono cambiate le cose in poco più di 100 anni! Nel 1979 Madre Teresa di Calcutta ha ricevuto il Nobel per la Pace. Madre Teresa rifiutò il banchetto riservato ai vincitori e disse: “le ricompense terrene sono importanti solo se utilizzate per aiutare i bisognosi del mondo”.
– Date Voi stessi da mangiare! Quand’ è che doniamo noi stessi? Penso quando rinunciamo a qualcosa per noi per aiutare o far star meglio un’ altra persona.
Un’ estate di parecchi anni fa, viaggiando in autostrada vidi una macchina con targa straniera parcheggiata nella corsia d’ emergenza e dal cofano motore uscivano fiamme e poco distanti c’ erano una coppia di anziani abbracciati che guardava con preoccupazione la loro macchina andare in fiamme. Il traffico rallentava, alcuni mezzi si fermarono ma nessuno era in grado di fare qualcosa. Ad un certo punto arrivò un tir e si fermò appena trovò spazio e l’ autista scese dal mezzo e con gesti velocissimi prese l’ estintore in dotazione al camion e si mise a correre fortissimo verso l’ auto che stava prendendo fuoco per spegnere l’ incendio. Questo autista ha donato se stesso?
Mi sento interpellato quando nel capitolo 7 di Matteo ascolto: “non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli…”
Visto che siamo all’ inizio di Agosto, vorrei augurare buone vacanze a chi deve ancora farle e a chi in questo mese riuscirà ancora a ritagliarsi qualche giorno di vacanza, con questa preghiera:
Possa la via crescere con te
Possa il vento essere alle tue spalle
Possa il sole scaldare il tuo viso
Possa Dio tenerti nel palmo della Sua mano
Prenditi tempo per amare,
Perché questo è il privilegio che Dio ti dà
Prenditi tempo per essere amabile,
Perché questo è il cammino della gioia
Prenditi tempo per ridere,
Perché il sorriso è la musica dell’ anima
Prenditi tempo per amare Dio e le persone che avete accanto a Voi ogni giorno con molta, molta tenerezza perché la vita è troppo corta per essere egoisti.

DONARE

“Donare è come sporgersi sull’orlo di un burrone. Sembra che il dono precipiti nel nulla, scompaia. Ma in realtà solo esponendoci sull’orlo del burrone riusciamo ad andare un po’ più in là per raggiungere l’altro che sta dall’altra parte del burrone. Il dono crea, piano piano, un ponte. Il dono è un ponte!

C’è una domanda che trovo sempre molto interessante: Che cosa fa girare il mondo: lo scambio o il dono? A prima vista siamo portati a rispondere che è lo scambio a far girare il mondo. Infatti ci viene in mente immediatamente l’ambito economico, il mondo del lavoro, la finanza. Indubbiamente sono ambiti fondamentali. Basati sullo scambio: io ti do e tu mi dai, io lavoro un mese per te e tu mi dai lo stipendio per vivere, io ti do un chilo di pane e tu mi dai tre euro, tu mi dai un computer e io ti do 500 euro … Tutti i giorni siamo dentro dinamiche di scambio.

 Eppure esistono altre dinamiche, estremamente importanti: la cura e l’amore dei genitori, l’amicizia tra le persone, gli atti di fiducia, la passione del lavoro …. Qui non si tratta di scambio, ma di dono. Offro qualcosa senza chiedere immediatamente nulla in cambio. Mi sporgo oltre me e oltre i miei diritti. E solo così genero qualcosa di nuovo: i genitori generano un figlio, gli amici generano legami, il lavoratore appassionato genera fiducia, accoglienza, progetti nuovi. La logica del dono genera meraviglie. E apre al futuro, crede nel tempo. Chi dona non esige nulla subito. Si fida, si affida, alimenta un legame. E crede nel tempo. Crede che, nel tempo, chi ha ricevuto saprà a sua volta donare. Soprattutto chi dona crede nella libertà, fa un atto libero e crede che il dono aiuterà chi ha ricevuto ad essere capace lui stesso di dono libero. Perché ogni dono porta in sé la capacità di donare se stessi”. 

(Vuoi un caffè?  Lettera del Vescovo Derio Olivero 2019-2020)

ENTRARE

La vita è un insieme di eventi che arrivano e ti invitano a entrare … la vita è un invito … per esempio, quando vedi un fiorellino, se lo guardi con attenzione e ti accorgi che ti sussurra: “io sono sbocciato, io sto andando oltre l’inverno … e tu?” … noi abbiamo una vita piena di inviti …e se uno si scopre invitato riesce ad affrontare anche situazioni pesanti … vocazione è l’insieme degli inviti di Dio nelle vicende quotidiane … la terra promessa è la vita: una terra, una famiglia, una comunità … da sempre Dio lavora per farci entrare nella vita. 

(Derio Olivero, RIPRENDIAMOCI LA VITA, ed. Effatà)

TU SEI PARTE DEL MIRACOLO

Quanto incredibile stupore di fronte ad una Parola che non smette mai di sorprendermi, di un Gesù che sovverte ogni regola, che mi  invita in prima persona a diventare co-protagonista, anche in una situazione senza speranza con le mie debolezze e i miei limiti, di fronte alla stanchezza e alla fame quando il giorno volge al termine, e le speranze sembrano affievolirsi e Lui lì, nell’ADESSO del mio tempo a dirmi “mettiti in gioco” perché QUEL TUO NULLA PER ME È TANTO e puoi sfamare una folla intera. (Sorgente inesauribile  di speranza nel cammino della vita)

Il mio “nulla”, la miseria di cinque pani e due pesci, ma è ciò che Lui attende da me.

Eppure quel poco che siamo, che sono, Gesù lo fa diventare tanto (abbondanza).

INSEGNAMI, SIGNORE A GUARDARE CON GRATITUDINE QUELLO CHE HO, AD ESSERE IN GRADO DI CONDIVIDERLO.

DONAMI LA CAPACITÀ DI SUPERARE LA PAURA DI TRASFORMARE IL MIO NULLA, ATTRAVERSO E PER MEZZO DI TE, IN CESTE DI PANE AVANZATO.

RENDIMI CAPACE DI DIVENTARE DONO NELL’ADESSO DI QUESTO MIO TEMPO.

DI FARE DELLA TUA PAROLA OGNI VOLTA UN MIRACOLO DI VITA.

NON TI STANCARE DI DIRMI CHE SONO PARTE DI QUESTO MIRACOLO.

 

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DATE LORO VOI STESSI

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma l
e folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «
Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi
sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. 

 

Buona domenica, e buon primo giorno della settimana! Quello che vivremo fino alla prossima domenica, accompagnati dalle suggestioni e dalle sollecitazioni del Vangelo. Ancora grazie a chi, anche questa settimana, ha mandato il proprio contributo da condividere sul sito; a chi continua a sperare in Gesù e a vivere come Lui ci insegna. Piccolo segno di grande differenza. Per noi e per gli altri. Quando è che siamo Parrocchia? Quando nella nostra DIVERSITÁ cerchiamo in Gesù il PUNTO DI RACCOLTA, DI SENSO E DI UNITÁ delle nostre vite e proviamo a raccontarlo come possiamo, a partire da noi con Lui. Oggi ho evidenziato delle parole che magari potrebbero diventare, per chi legge, piccolo spunto e seme di riflessione. Anzitutto Gesù si ritira dai luoghi del potere – da Erode – e la folla, quella con dei malati, lo segue (altro che un Signore dei “perfetti” e “in grazia” … )! Il luogo è deserto: si cammina a piedi come nel deserto da attraversare che porta alla libertà nel libro dell’Esodo. Il comando dato ai discepoli –  di fronte al senso di insufficienza, relativo a ciò che  non si possiede per i bisogni della folla numerosa – cambia il modo di pensare: non si tratta di dare delle cose, ma di dare SE STESSI! “Voi stessi date voi stessi!”. E ci si accorge che le cose si “animano”, si riempiono di nuove possibilità, si moltiplicano nella mani della fiducia in quella Parola. E ci si siede sull’erba, perché il deserto di trasforma in un giardino, e l’Eden del “non tutto” del libro della Genesi con Gesù riapre il suo cancello perché qualcuno ha deciso di uscire da sé per incontraLo con gli altri nel gesto di un dono. Fatto di piccole cose, ma di tutto di cuore. Cinque pani e due pesci che ricordano l’inestimabile quattrino della povera vedova al tempio che “ha dato tutto ciò che aveva per vivere”. Quante persone, nel silenzio, senza ringraziamenti – la maggior parte delle volte – da nessuno, con estrema umiltà e dedizione ci credono … “santi pazzi” del Vangelo che, agli occhi di chi ha già capito tutto, altro non possono ricevere che lo sberleffo della derisione: “ma chi te lo fa fare?”. Santi pazzi che sfamano il mondo e trasformano la sabbia arida da attraversare in tenera zolla di erba verde sulla quale sostare mangiando. Magari all’ombra. 

Questa settimana proviamo a pensare e condividere cosa significhi DONARE SE STESSI nella vita di tutti i giorni (inviare contributi a l.lucca71@gmail.com ) . 

GOOD NEWS!!

Un articolo di Caselli che racconta le meraviglie che si possono realizzare nel mondo delle carceri. Anche ad Alba si realizzano miracoli, ne “valelapena” è un esempio. Chiediamo a don Gigi Alessandria… Anche in altri ambiti si può operare attivando forze di bene (sanità, scuola…):  è trovare la perla preziosa, il tesoro da custodire, condividere, moltiplicare, è il “di più”, il “sapore della vita”. Buone notizie da conoscere, esperienze da condividere ed estendere, danno gioia e pienezza ai piccoli gesti quotidiani.

 

I fatti terribili successi nel carcere di Torino, dei quali è in corso la verifica investigativo-giudiziaria, non possono cancellare la lunga tradizione di attività trattamentali anche innovative che lo hanno contraddistinto a partire dagli anni 80.

L’elenco è lunghissimo. Con la gestione di una delle prime “aree omogenee” per instaurare un dialogo costruttivo con i terroristi dissociati; i primi approcci comunitari con i malati di Aids; i corsi per ebanisti dell’istituto Plana; lo sviluppo del polo universitario e la comunità per tossicodipendenti “Arcobaleno”: si avvia una sorta di staffetta di umanità penitenziaria (pur a fronte di crisi enormi date dal perenne sovraffollamento), poi sviluppata dal direttore Pietro Buffa, “scovato” ad Asti da Francesco Gianfrotta, un giudice torinese che allora lavorava col sottoscritto a Roma nel Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria). Così Torino registra, dal 2000, una sequenza di risultati imponenti.

Detenuti che studiano e conseguono un diploma o la laurea e detenuti al lavoro nelle cooperative. Corsi di formazione per il personale che, con ruoli diversi, opera in carcere. A riprova del nuovo clima determinatosi nell’istituto crolla, fino a rimanere azzerato per anni, il numero dei suicidi. Per rimediare al “vuoto” del tempo carcerario si crea una “scuola accoglienza” che ruota mese dopo mese nei reparti più difficili, con eccellenti operatori che oltre a insegnare cercano di ridare alle persone un po’ di dignità.

Si apre la sezione Sestante, pensata per il trattamento del disagio psichico non collegato al reato commesso e gestita da personale specializzato dell’Asl, in anticipo sull’attuazione – che avrà inizio molti anni dopo – della riforma della tutela della salute in carcere.

E poi esperienze ludiche ma non meno importanti per dare una certa vivibilità a quel mondo rinchiuso: il “torneo della speranza”; il teatro sociale, che negli anni ha avvicinato la città a quel suo pezzo separato, isolandolo un po’ di meno; e poi la “Drola”, prima squadra dì rugby inventata dietro le sbarre da un inossidabile operatore, sempre pronto – coi suoi baffoni bianchi – a fare del bene con una palla ovale.

Risultati straordinari, che han Ifatto del carcere di Torino un istituto aperto alla città e proiettato sul territorio che riceverà il detenuto una volta scontata la pena. Offrendo la dimostrazione concreta che “un altro” carcere è possibile; che la pena detentiva può essere davvero una pena utile: nel senso che se scivola nelle spirali della persecuzione vendicativa, finisce per essere inefficace, sia per chi subisce il castigo sia per chi da quel torto è stato ferito. Il colpevole deve essere punito secondo le leggi, ma se (quando lo accetti) non viene aiutato a capire – anche con le modalità di espiazione della pena – il perché del suo errore, la punizione incattivisce chi la subisce, confermandolo in una scuola di violenza che inevitabilmente genera altra violenza, nuovi errori e nuova insicurezza per la società civile.

Si tratta di una “mission” che deve essere condivisa e perseguita con convinzione da tutte le componenti dell’universo penitenziario. Quando ciò si verifica, molto dipende dal carisma di chi governa la peculiare complessità di un grande istituto penitenziario. In una perenne calca detentiva che spesso supera di molo la capienza regolamentare, la popolazione di un singolo carcere comprende, inevitabilmente, persone dal profilo molto diverso: classificate in alta sicurezza e in regime di custodia attenuata; non classificate e sex offenders; stranieri e tossicodipendenti; con pene brevi o medio-lunghe; o “semplicemente” in attesa di giudizio.

Rispetto a ciascuna di queste categorie ambiente e regime detentivo devono essere diversi. Per ottenere da tutti i collaboratori un impegno mirato ad un trattamento differenziato dei detenuti occorre una riconosciuta autorevolezza del direttore: interfaccia di un modo fermo, non autoritario, di rapportarsi a quanti lavorano in carcere e di un atteggiamento lungimirante, non buonista, con cui affrontare i problemi.

Tutto ciò si è verificato per anni nel carcere di Torino. Che ovviamente non è mai stato un luogo felice o ameno, ma per decenni è stato un posto dove il lavoro di alcuni suoi direttori e di tantissime persone da loro sapientemente coinvolte ha cercato di dare una speranza.

Il più bel riscontro, oltre ai riconoscimenti che il ministero della Giustizia ha tributato, magari adottando a livello nazionale alcune prassi penitenziarie torinesi, lo si deve al sindaco Chiamparino, secondo cui il carcere della città non ha mai rappresentato un problema del quale preoccuparsi o vergognarsi ì: era anzi stato un continuo stimolo da seguire nella sua creatività ed umanità. A questo modello, nonostante la bufera contingente, si deve tornare al più presto.

Con il contributo di tutti, a partire dai dirigenti nazionali del Dap fino a ogni componente sana o rinnovata del personale torinese. E con il sostegno dell’amministrazione e dei politici locali, oltre che della società civile in tutte le sue articolazioni: perché la civiltà di una comunità si misura anche da come funziona il carcere che ne fa parte.