VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

POSTI

 

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «
Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «
Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

  1. In un tratto della lettera a Timoteo, Paolo scrive: “Custodisci il dono della Parola Profetica che ti è stato fatto” . L’apostolo parla accoratamente e con passione a Timoteo spiegandogli gli atteggiamento da avere nella comunità a lui affidata, raccomandandosi anzitutto di “custodire il dono della Parola”. Noi siamo custoditi dalle parole – che custodiamo dentro di noi –  scelte per custodirci. Custodire è un gesto che richiede il desiderio del cuore e l’operosità delle mani e della libertà. Si custodisce quello che si vuole proteggere, perchè si sa essere delicato e bisognoso di cura, perchè si sa che la preziosa fragilità cristallina della Parola di Dio – che vorrebbe custodire la nostra vita – è sempre soggetta e aggredita dalle urla delle parole vuote, depotenzianti, arroganti, false, scoraggianti che a volte galleggiano senza governo nella galassia delle nostre menti. La cura ci chiama. Ci interpella. Ci fa domandare: ma io sono custode di ciò che credo e del dono che Dio mi rivolge ogni volta che gli apro il cuore? Che cosa faccio per custodire il dono del Vangelo nel mio cuore? 
  2. La parola profetica: o meglio, LA PAROLA CHE É Gesù, perchè Gesù è la carne della voce di Dio, si rivela in quella rivolta ai discepoli (noi) : «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà» e «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». Noi cristiani non siamo diversi dagli altri: anche noi cerchiamo la vita, anche noi vogliamo essere i primi, non sono cose cattive. Il problema è che le strade che percorriamo non ci portano lì. La “pretesa” del Figlio di Dio nei nostri confronti è quella di indicarci la strada vera della vita, di dirci come si fa a essere i primi non nel senso della celebrità che abbiamo in testa, ma del valore della nostra umanità, che diventa un dono. 
  3. Infatti  per la strada … avevano discusso tra loro chi fosse più grande”. Possiamo farlo anche noi, tranquillamente, ma non con lo spirito di competizione che miete vittime attorno a sé abbattendo anche il “cecchino”, che è condannato a morte nella sua solitudine sterile e mortifera, magari circondato da tante cose, che gli avrebbero presumibilmente rubato le vittime della sua tristezza. La Parola di Dio ci indica una gara diversa, assai liberante questa: la libertà di stimare il prossimo.  Propongo due testi da meditare: “amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rom. 12,10) e “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil. 2,3). Prospettive diverse, ma possibilmente per frutti, frutti buoni!

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

RISPOSTE AMBULANTI 

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo  Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

 

Il coraggio di una domanda.  “Ma voi, chi dite che io sia?”: certo che Gesù ha avuto un gran fegato a porre questa domanda ai suoi discepoli, cioè alle persone con le quali passava tutti i suoi giorni, quelle a cui teneva ed erano particolarmente legate a Lui, ancora ambiguo Messia che “non si sa mai” avrebbe potuto mettere a posto le cose e risolvere ogni dilemma spinoso legato all’incertezza del futuro. Ha avuto fegato perchè queste domande sono imbarazzanti, possono lasciare interdetti, delusi, sospesi in qualcosa che non si sa bene, e, come dire, mentre dall’altra parte ti aspetteresti una risposta confortante e confermante il desiderio di sapere che sei pienamente capito, sentirti dire tutto il contrario. Penso alle persone che si amano … penso a un marito a una moglie … penso a un amico fondamentale che ti sembra di avere perso … penso a dei genitori che si rivolgono al proprio figlio, pensando di avere sbagliato tutto … “ma io, per te, chi sono?”. Sì, c’era coraggio in Gesù! Tanto coraggio!  

La risposta da dove parte? Gesù prima si sente dare la risposta “per sentito dire” … d’altronde la cose che sappiamo di qualcuno nascono sempre da quello che abbiamo sentito e visto, non immediatamente da una conoscenza personale. Il fatto di avere intravisto qualcosa che ci colpisce magari ci permette di avvicinarci e iniziare una relazione. Eppure, anche dopo una relazione personale, se io non faccio “risuonare” in me i messaggi, le parole, le particolarità di chi ho davanti, dalla mia risposta può emergere che non mi sono legato a qualcuno, ma alla mia idea che mi ero fatto di lui. E così capita per Pietro, che, dopo avere ormai trascorso tanti anni con Gesù che perdonava, che accoglieva, che non disdegnava di frequentare malfattori, malati, lebbrosi, prostitute e stranieri – annunciando loro che potevano iniziare una nuova vita ed erano figli amati dal Padre – spiega a Gesù come doveva fare il “mestiere di Messia”, ossia: “secondo le mie idee e le mie parole!” … e quante volte capita così: siamo talmente chiusi in noi stessi da non accorgerci che quando diciamo di non credere in Dio a volte dobbiamo riconoscere che “non crediamo nella nostra idea che ci eravamo fatti di Dio”, che, sovente, troppo sovente, non coincide mai con Gesù. Per questo, l’invito fatto a Simone risuona importante anche per noi: per conoscerlo bisogna “stare dietro di Lui”, altrimenti rischiamo di proiettare nella storia e nei cuori un’idea satanica del Signore, proprio quella che il demonio voleva mettere a suo servizio nella famosa pagina delle tentazioni del deserto per volgere i cuori dei ricercatori di senso e verità verso di lui. 

La responsabilità della  risposta: E IO, CHI DICO CHE SIA? 

23ma DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un
sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

 Forse non ci pensiamo mai abbastanza, ma tutte le nostre storie personali di vita cristiana, in una comunità parrocchiale, nascono proprio dalla ripetizione del gesto che Gesù fa sul sordomuto e che il celebrante compie su ogni bambino che viene portato in Chiesa per ricevere il sacramento del Battesimo.

Si chiama il rito dell’EFFATA’, che, ci ricorda Marco, significa APRITI! É bello pensare questo: la vita circola quando APRI la porta e la finestra di casa tua. Ogni inizio coincide con un’apertura, con la decisione di fare uscire l’aria viziata dei pensieri mortiferi e fare entrare il respiro portatore di novità e cammino che bussa continuamente alla porta del nostro cuore. La finestra aperta fa uscire il cattivo odore dello scoraggiamento e della delusione. La porta aperta rappresenta il passaggio, il non sentirsi soli, l’accoglienza, la possibilità dell’incontro! Mi piace tenere la porta aperta in Parrocchia, chi vuole può entrare senza suonare il campanello, e ogni giorno capita sempre di tutto, ma tutto, sempre, ha qualcosa da insegnare. É importante chiederci com’è la porta del nostro cuore: aperta, chiusa, socchiusa?

C’è un altro particolare interessante nel gesto di Gesù: con le sue dita “creatrici” prima  apre  gli orecchi e, in seguito, scioglie il nodo della sua lingua. Come dire, una cosa che troppo sovente ci dimentichiamo: per parlare in modo corretto occorre prima ascoltare con attenzione e partecipazione. Quante comunicazioni prive di ascolto ci sono attorno a noi.  Comunicazioni? No, monologhi, sospesi e dipendenti dal nostro IO super ingombrante, incapace del gesto umile di accogliere parole “altre” rispetto alle proprie, che magari sono proprio quelle che non fanno aprire la porta. E allora, la nostra settimana ci guiderà a domandarci perchè abbiamo due orecchie e una bocca? Non forse perchè il tempo dedicato all’ascolto – fatto anche con gli occhi, il silenzio e l’attenzione – dovrebbe essere doppio rispetto a quello passato a parlare? E io come ascolto? 

Infine, sarebbe bello che l’ascolto della Parola di Dio di oggi ci facesse sentire dei privilegiati. Nella seconda lettura, Giacomo ricorda di vivere una fede “immune da favoritismi personali”, chiedendo di non fare preferenze per i ricchi a scapito dei poveri e dei bisognosi. D’altra parte, però, la pagina di Isaia e il Salmo ci rammentano che, invece, Dio le preferenze e i favoritismi personali li fa, e in modo speciale per sordi, ciechi, zoppi, oppressi, affamati e prigionieri, per “chi è caduto” , per l’orfano e per la vedova. Dovremmo recuperare questa scala di riferimento, non tanto per fare opere di misericordia da retribuire “alla fine dei tempi” per la nostra ricompensa, ma per un onesto riconoscimento del fatto che a non vedere bene, a essere privi di fecondità generativa, a camminare non sempre nel modo richiesto dalla vita, a non sentire bene i richiami che l’esistenza ci sussurra quotidianamente e a essere un po’ a terra, siamo anzitutto noi –  sono io – ; per noi e per me, allora, l’accorato invito di Dio espresso da Isaia: “Coraggio, non temere!”. Per questo … vale la pena APRIRSI.

 

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

MANI PIENE DI CUORE

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.  Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».  Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra, ma
il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».  Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro
». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Le mani impure … penso a certe mani che farei fatica a stringere perchè sono sicuro che non sono lavate; a certe mani bellissime, talmente belle che sono così perchè altri fanno il  lavoro di quelli che le hanno; penso a quella storiella del tale che presenta le sue mani bianche al Padre Eterno, che lo rimprovera, perchè sì, sono immacolate … ma anche vuote e dunque inutili; penso alle mani e penso che siano l’estrema propaggine di una storia, che parte da un vissuto, attraversa il cuore, passa attraverso il cervello che elabora le emozioni tattili e poi … fanno quello che possono; e Gesù lo sapeva, e se queste mani hanno la fortuna di trovare, accogliere e abbracciare uno come Lui, magari fanno retromarcia e cambia totalmente la mappa emotiva e cognitiva esistenziale del proprio vissuto … altrimenti … 

Forte allora il risentimento del Maestro che –  diversamente dai farisei “non guarda l’apparenza ma guarda il cuore  come Dio –  lo fa arrabbiare con i poveri omuncoli dell’esteriorità invitandoli a rituffarsi nella verità delle loro vite e del proprio cuore prima di giudicare i suoi discepoli che hanno le mani impure. Infatti, un gesto esteriore religioso che non vive di una fede interiore – che a partire dal cuore nutre le cose che si fanno –  è morto. Roba da attori. D’altronde ipocrita significa proprio ATTORE, ossia, uno che rappresenta. Ben vengano allora le vere mani: ferite, puzzolenti, non curate, ma vere! Segno di vita. Forse è proprio il cuore a essere sporco o pulito, non le mani, e ognuno conosce il suo. 

Dal cuore nascono le cose più belle nobili, elevate, vitali, ma anche impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza …: il cuore che sceglie di amare una donna può essere lo stesso che commette un femminicidio per gelosia; il movimento da recuperare è sempre lo stesso, dall’interno all’esterno, e mai viceversa, come tutto ci spinge a fare oggi, noi, vittime della dittatura dell’esteriorità e della superficialità che, quando si erge a consapevole o – peggio ancora – inconsapevole bussola delle nostre giornate, come la Parola, “si pianta” nel terreno del nostro cuore: e le piante portano i loro frutti. A noi chiederci: buoni o cattivi? 

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DURO COME … UN SUONO! 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?
È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «
Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

  1. Questa parola è dura!Pensavo a come sia strano definire una parola con l’aggettivo DURA. La parola non è un suono, non è aerea come l’aria, non finisce con il finire della sua vibrazione? Pare proprio di no. Anzi! La parola è qualcosa che dice, dà, costruisce, distrugge, apre orizzonti e per farlo, a volte, ha bisogno di essere dura. Dura come le fondamenta sicure di una casa, dura come la parola del papà e della mamma che sgridano con molta veemenza il loro piccolo bambino che fa i capricci perchè vuole giocare con il coltello o si avvicina al fuoco. Non è detto che la parola dura sia necessariamente una parola da evitare, anzi! A volte quando ci vogliamo giustificare ce la raccontiamo dicendoci parole che ci legittimano a fare tutto quello che vogliamo divincolandoci da ogni senso buono della relazione e dell’amore. Però, Gesù lo dice con chiarezza nella parabola della casa sulla roccia: se si costruisce sulla sabbia, sul dolce, sul molle, sul disimpegno, sull’opportunità del momento, la casa è destinata a crollare … “e la sua rovina fu grande”! Ben vengano allora le parole dure che apportano SOLIDITÁ e FUTURO alla nostra vita … magari non tanto comode sul momento, ma sicuramente fruttuose. 
  2. È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita”. Sinceramente faccio fatica anche io a definire con estrema precisione, ma sono certo di una cosa: Gesù ha ragione: le parole che ci costruiscono e ci rendono solidi sono quelle che nascono dentro di noi e dirigono la nostra comunicazione e il nostro vivere nel mondo. Non sono i problemi o le fatiche a distruggerci, ma il nostro modo di “parlarne” a noi stessi: il nostro modo di vedere un problema, il nostro modo di vedere e giudicare la fatica fa la vera differenza. Tant’è che non c’è nulla “uguale per tutti”, perchè alla fine dentro di noi ognuno è diverso ed è costituito dalle “parole interiori” che lo determinano e dalle quali si fa determinare e condurre. Per cui è importante chiederci, nei nostri monologhi personali, che qualcuno chiama in modo molto più volgare, “da quale parole vengo animato? Da parole che mi danno la vita? Parole piene di spirito, oppure di deprimenti osservazioni mortifere di stampo autoreferenziale e imprigionanti?” 
  3. “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Ringraziamo Pietro per questa osservazione, perchè ci insegna una cosa: se la verità che so e dico non produce vita nuova e non costruisce orizzonti alternativi, è una semplice stupida constatazione, magari condita dal sarcasmo inacidito di chi pensa di saperla sempre più lunga degli altri. Siamo molto più complessi … ; la verità che non dà la vita non serve a nulla. Gesù è via, verità e vita. Eterna! Il Vangelo non è una constatazione, per quello c’è Wikipedia! 

FESTA DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ASSUNTA NEL REGNO DEGLI APPASSIONATI! 

 

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino
sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E
beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

Mi piace la madre di Gesù, che dopo avere ricevuto e accolto come possibile e fattibile per se’ l’annuncio dell’Angelo Gabriele (“avvenga per me secondo la Sua Parola”) non si crogiola nella beatitudine della selezione preferenziale del Padre Eterno nei suoi confronti, ma si alza e in fretta incomincia un  cammino verso la regione montuosa nella città di Giuda dove abita la cugina Elisabetta per andare ad aiutarla. 

I nostri movimenti, i nostri cammini, le nostre passioni dipendono totalmente da quello che portiamo dentro il nostro cuore, e più grande è la passione che ci abita e più siamo decisi e risoluti a “trasmettere” al mondo la forza e l’energia che ci impediscono di stare fermi: emanazione naturale di forza di sorgente e non programmazione a tavolino di tecniche comunicative persuasive. La vita si trasforma in amore, in dono di qualcosa di grande che non può che portare allegria e sussulti (addirittura il piccolo Giovanni sussulta nel grembo della mamma) a chi ha la fortuna di incontrarsi con persone benedette in tale maniera da quanto le abita. Maria è abitata da Dio, dallo Spirito che genera in Lei il figlio e la rende creatura di annuncio degli unici gesti che profetizzano la presenza di Dio tra noi: l’ amore che va incontro per trasformare le cose in vita e la vita in passione.  

Questo significa credere nell’adempimento: ossia: “tutto ha una pienezza, un destino e un significato” e i vuoti che incontriamo lungo il nostro cammino, le crisi, gli errori, i sensi di inadeguatezza,  altro non sono che la nostalgica segnalazione della vocazione alla grandezza per la quale siamo stati tutti creati. Trovare Dio significa trovare quella ricchezza che dà senso a tutte le ricchezze che viviamo, e chi crede in Lui non rinuncia proprio a niente ma trova ciò che dà senso a tutto. 

Chissà se anche noi impareremo, in questo caldo ferragosto, la disponibilità vitale  del caldo e appassionato cuore della Madre del Figlio di Dio? 

DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

IMITATORI  

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il
pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Il più grande ostacolo alla conoscenza è presumere di conoscere. Chi dice di sapere tutto si chiude alla possibilità di fare delle scoperte e di camminare. Inoltre è una grande contraddizione con il resto del Creato che vive perchè “si trasforma” … e così pure la vita: siamo essere destinati a trasformarci, a crescere, a evolvere, a vivere, insomma, e quando tronchiamo questo processo vitale allora sembra che nulla succeda più dentro di noi. 

La “mormorazione”, da questo punto di vita, decreta sempre da parte di chi la pratica, la pretesa di avere l’esclusiva su situazioni, realtà e persone e di potere comunicare, con un po’ di orgoglio pruriginoso, la prima e l’ultima parola su tutto. Se è parola su tutto … non ce ne saranno altre a disposizione. 

Risulta un po’ enigmatica la questione dell’attrazione: cosa significa, come si fa a essere “attratti” da Dio? Perchè alcuni lo sono e altri no? É Dio che attrae solo qualcuno? Non lo so. É vero che Dio suscita profeti dalle pietre, ma è anche vero che l’attrazione è legata anche alle forze di azione e reazione, attrazione e repulsione. Se metto un pezzo di ferro su un pezzo di legno non si attaccherà, se lo appoggio su un magnete ci sarà una perfetta adesione e uno scambio di forze. Dio attrae, ma sta anche a noi vivere di quei “campi energetici” che soltanto il Vangelo crea in chi lo accoglie e lo pratica.

E allora ti accorgi che proprio di un pane vivo abbiamo bisogno per riprendere i nostri cammini: come Elia anche noi a volte siamo molto stanchi, eppure, ne basta poco – ma con totale disponibilità di accoglienza – per fare la differenza e riattivare le forze per i nostri cammini di deserto che a volte ci sembrano “troppo lunghi” … due domeniche fa il miracolo della forza partiva dalla condivisione di 5 piccoli pani e 2 pesci. 

DICIASSETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

IL PANE MOLTIPLICATO DELLA FRATERNITÁ

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

 

Domenica del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste, che sembra non finire mai. E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare; e mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano.

C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci… Un pane d’orzo, il primo cereale che matura; un ragazzo, in cui matura un uomo. Quella primizia d’umanità ha capito tutto, nessuno gli ha chiesto nulla e il ragazzo mette tutto a disposizione. È questa la prima scintilla della risposta alla fame della folla.

Ma che cosa sono cinque pani per 5.000: uno a mille. Il Vangelo sottolinea la sproporzione tra il poco di partenza e la fame innumerevole che assedia. Sproporzione però è anche il nome della speranza, che ha ragioni che la ragione non conosce. E il cristiano non può misurare le sue scelte solo sul ragionevole, sul possibile. Perché dovremmo credere a un Risorto, se siamo legati al possibile? La stessa sproporzione la sentiamo di fronte ai problemi immensi del nostro mondo. Io ho solo cinque pani, e i poveri sono legioni. Eppure Gesù non bada alla quantità, ne basta anche meno, molto meno, una briciola. E la follia della generosità. E infatti, non appena gli riferiscono la poesia e il coraggio di questo ragazzo, sente scattare dentro come una molla: Fateli sedere! Adesso sì che è possibile cominciare ad affrontare la fame!

Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie li diede… Giovanni non riferisce come accade. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Sono perfino troppi. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità: poco pane spezzato con gli altri è misteriosamente sufficiente; il nostro pane tenuto gelosamente per noi è l’inizio della fame: «Nel mondo c’è pane sufficiente per la fame di tutti, ma insufficiente per l’avidità di pochi» (Gandhi).
Prese i pani e dopo aver reso grazie li diede… Tre verbi benedetti: prendere, ringraziare, donare. Gesù non è il padrone del pane, lo riceve, ne è attraversato, semplice luogo di passaggio. Quando noi ci consideriamo i padroni delle cose, ne profaniamo l’anima, roviniamo l’aria, l’acqua, la terra, il pane. Niente è nostro, noi riceviamo e doniamo, siamo attraversati da una vita, che viene da prima di noi e va oltre noi.

Rese grazie: al Padre e al ragazzo senza nome, al suolo e alla pioggia d’autunno, alla macina e al fuoco, madre e padre del pane. Tutto ci viene incontro, è vita che ci ospita, dono che viene «da un divino labirinto di cause ed effetti» (M. Gualtieri). Che fa della vita un sacramento di comunione.
E li diede. Perché la vita è come il respiro, che non puoi trattenere o accumulare; è come una manna che per domani non dura. Dare è vivere

ERMES RONCHI