DOMENICA DELLE PALME E TRIDUO PASQUALE

Oggi trascrivo parole bellissime di Ermes Ronchi sul Triduo Pasquale. 

Sono l’essenza -anzi, la quintessenza – della verità del Senso della Pasqua …

Vi invito a leggere, gustare, con molta lentezza, facendo scivolare nel cuore queste parole … 

I giorni della SETTIMA SANTA sono SANTI perchè riguardano noi,  la nostra vita e i nostri destini. 

GIOVEDI SANTO: lavanda dei piedi e consegna del pane. Gesù PASSA NEL FUOCO e lava i piedi di chi non ha capito. Imparando dalla donna che aveva pianto su di Lui. Gesù imita i gesti della donna.Quando l’uomo ama compie gesti divini, e quando Dio ama compie dei gesti umani. Dio “si vendica di noi” prendendo in mano i piedi di gente nomade e zoppa che, fuggita, sfuggirà ancora. Gesù non è padrone, ma servo che aiuta e mi chiede di non fuggire. Gesù mi dice: “sono il tuo servo, Colui che ti abbraccia per preparare la festa”. 

VENERDI SANTO: Credere a Pasqua non è fede vera, fede vera è il Venerdì Santo (Turoldo). É il giorno della croce. Di chi sa che chi ascolta  NON CAPISCE. Gesù ATTIRA dalla croce: io sono cristiano “per attrazione”. Ma cosa mi attira? I miracoli? Non ce ne sono! Mi attira UN ATTO DI AMORE. La cosa più bella è CHI UNO AMA. La regola originaria della bellezza è chi uno ama. Dio non mi seduce con l’onnipotenza ma col gesto dell’amore supremo di Dio. Con l’eccesso di amore. In quel crocifisso appare bellissimo chi mi ama fino all’estremo. 

Dalle 12 alle 15, poi,  SI FA BUIO: ci sarà notte, buio e oscurità, ma non oltre: alle lacrime è posto un limite. Dio non salva DAL dolore, ma NEL dolore. La fede non è assicurazione contro gli infortuni della vita ma la sicurezza che non sarò abbandonato: l’ultima parola spetta al Padre 

SABATO SANTO: silenzio,  ma quello della brace, quello del suo amore. Noi percepiamo il tepore seduti in faccia al sepolcro. Ci facciamo raccontare la parabola del seme caduto in terra. Semente che si disfa. Come il seme del grano che cresce. Maritain diceva: “sono un cristiano che appoggia l’orecchio a terra per ascoltare l’erba che cresce”. Gesù è in un sepolcro, nel buco di una roccia. I discepoli “restano insieme”. Insieme si fa argine contro la disperazione. E poi ci sono le donne. Cosa li tiene insieme? Un collante rimane: Gesù! Dio è il cemento dell’umanità. Il collante che tiene insieme i frammenti delle vite e dà unità. Se siamo spezzati il Signore prenderà i cocci e diventerà una sorgente e la fragilità dei discepoli diventerà un CANALE attraverso cui giunge a noi la grande speranza. 

DOMENICA DI PASQUA: gente che corre, amore, lacrime. Le prime parole del Risorto sono: “donna, perchè piangi?”. Gesù pone il suo primo sguardo sulla sofferenza e sul dolore. Il tesoro di Dio sono le lacrime che “nell’otre Suo raccoglie”, dice il Salmo. Gesù fino all’ultimo giorno asciuga le lacrime. Le chiede del suo dolore, non le chiede  perchè non ha capito e perchè non si èfidata . 

Nessuno ha un Dio così bello, e lo amiamo per la sua umanità UNICA! 

E poi ci sono  le piaghe dove Tommaso è invitato a mettere le dita.”Tommaso, metti le tue dita”. L’amore FERISCE. Le ferite sono l’alfabeto dell’amore. E se Gesù sale al cielo con queste sue ferite, noi abbiamo dolore d’uomo in Paradiso. Ma queste piaghe non emanano più dolore, ma luce. E le ferite diventano feritoie. “Ogni cosa ha le sue crepe, ma è attraverso la crepa che entra la luce” (Coen). 

Pasqua senza croce e senza  corpo del Crocifisso è vuota! 

Ciò in cui noi crediamo è la Pasqua ma ciò che ci fa credere è la croce di Gesù. 

Il Vangelo si legge come le lettere ebraiche: DALLA FINE! 

APPUNTAMENTI DEL TRIDUO PASQUALE            IN PARROCCHIA

  1. GIOVEDI SANTO,  Messa  “IN COENA DOMINI“, alle ore 20,30
  2. VENERDI SANTO, MEMORIA DELLA PASSIONE DEL SIGNORE, alle ore 15,00 e alle ore  20,30
  3. SABATO SANTO, VEGLIA PASQUALE, alle ore 20,00

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

ALLA RICERCA DELLA GLORIA 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se
il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e
lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò
innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Ma chi di noi non vorrebbe vedere Gesù? Forse nessuno. Però, poi, dopo averlo visto, che ne sarà? Interessante, bello, embè? Gesù risponde a Filippo  e Andrea (e noi sappiamo di Gesù solo perchè qualche altro discepolo/testimone/apostolo ce ne ha parlato) che se i greci (ma anche noi), lo vogliamo vedere dobbiamo cercarlo sotto terra, in quel luogo silenzioso e segreto dove lavorano i semi che danno vita ai frutti che ci nutrono, ai fiori che rendono bella la terra, agli alberi che ci coprono con la loro ombra dai raggi potenti del sole. Gesù è là dove parti, lavori, hai voglia di scatenare le forze della vita che sono dentro di te, e ti fa comprendere che ormai essere suo discepolo significa vivere CON il Suo Spirito e SECONDO il suo spirito: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”. Parole chiare che lì per lì ci lasciano un po’ esterrefatti: “ma come posso odiare la mia vita?” … “se la dono rimango senza!” … e invece Gesù dice il contrario a chi vuole vederlo, o meglio, conoscerlo: “trova la vita chi la dona, non chi la trattiene per sé” … se il chicco di grano non piace forse potremmo pensare al “tesoro” che siamo noi: a che serve un forziere se non per essere aperto e cominciare a  mettere in movimento i preziosi monili che esso racchiude? Ognuno di noi è un tesoro, ognuno di noi ha dei tesori: grandi, piccoli, importanti ma … sicuramente unici! Il chicco da solo non fa nulla! Il forziere chiuso non serve a niente! Parliamo di processi, scavi, condivisioni, ascolti, aperture, presenza, rinascita, frutti … in un mondo che nasce e cresce là dove qualcuno ha deciso di fidarsi di questa parola “fino alla fine”.  E allora anche Gesù diventa Cristo: Risorto sulla Croce, punto di attrazione per i greci – ma  anche per noi italiani –  che continua a mantenere alto lo sguardo del cuore per ri-raccontarci, in questa  Pasqua ormai prossima, che se la vita la doni senza paura non muore mai e tu diventi un signore: a dispetto e oltre ogni croce e di ogni morte!

Current words. Have you understood?

AVVISO

POICHÉ SIAMO IN ZONA ROSSA EVITEREMO GLI AFFOLLAMENTI: L’INCONTRO SULLA PAROLA DI DIO E LA VIA CRUCIS VERRANNO TRASMESSE ON LINE. VERRÁ PUBBLICATO IL LINK SUL SITO, OPPURE SI PUÓ MANDARE UN MESSAGGIO AL PARROCO PER OTTENERLO

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

PERCHÉ ABBIANO LA VITA! 

 In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Ci piace Nicodemo che “nella notte si alza” per andare a parlare con Gesù.

Nicodemo rappresenta le nostre notti, le nostre nostalgie, il nostro desiderio di incontrare luce, anzi, La Luce! É facile credere quando si è abbagliati, più difficile quando si brancola al buio. Eppure Gesù dona a Nicodemo (noi) delle “istruzioni” per ricomprendere il senso del nostro legame con Lui anche nella notte. 

Il Signore è la luce che vince la notte“, ce lo ripetiamo cantandolo tutte le domeniche, ma poi … chissà perchè, la memoria fa cilecca e cerchiamo surrogati di fiammiferi e luci smorte che poco illuminano e fanno camminare. Roba che non ci  accende e, soprattutto, non si accende!

Rinascere dall’alto … una parola! Eppure è bella la sfida che viene proposta a Nicodemo per diventare creatura nuova e capire il messaggio del Creatore. Rinascere vuol dire “passare da un mondo all’altro”, abbandonare il luogo che ci proteggeva e magari ci paralizzava per trovarne uno nuovo. Non basta nascere, bisogna partorirsi, permettere che Qualcuno ti prenda con le Sue Mani e ti ponga in una condizione nuova del cuore. Il bambino per nascere ha bisogno di lasciare la comoda e protettiva pancia della mamma. Anche noi. Si nasce quando si ha il coraggio di rialzare lo sguardo. Si nasce quando non ci si accontenta e non ci si fa arrestare dalle situazioni e dalle circostanze che vorrebbero paralizzarci. Si nasce quando si ricomincia a donare qualcosa di noi stessi, o, meglio ancora, tutto noi stessi nel totale coinvolgimento della mente, del cuore, delle forze e dell’intelligenza per restituire la vita che ci ha donato il Vangelo accolto.  Perchè ascoltare significa anzitutto “farci salvare dalla promessa di Dio”: la vita è accoglienza, scelta di cosa accogliere (ma cosa ci sta guidando??) per potere continuare a sperare, a credere, ad amare … a nascere prima di morire, perchè la vita non è solo dopo la morte, ma inizia qui … 

E poi farci illuminare, perchè credere significa ospitare una luce grande nel nostro cuore, luce che può sembrare tenera fiammella ma che il vangelo ci chiede di custodire “con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze e con tutto se stessi” … 

E la Croce, segno della fedeltà a questa speranza che diventa il coraggio di donarsi, da apparente strumento di morte diventa il segno della ripartenza della vita. Questa è la promessa di Gesù che ci sta portando verso Pasqua.

Aforismi letterari, frasi e citazioni d'autore suddivise per temi e autori

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

DI CHI SIAMO TEMPIO? 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Non siamo abituati a pensare Gesù nella veste di colui che si arrabbia e fa dei gesti così potenti come quelli del Tempio. Non ne può più di vedere persone che si impossessano  del divino e trattano Dio come un oggetto con il quale fare delle contrattazioni economiche per avere ciò che si vuole. La cosa che colpisce di più è la sua grande franchezza, che altro non è che quella ammirabilissima capacità di pagare in prima persona per le proprie scelte, talmente preso da quello che vuol fare da dare letteralmente la vita in prima persona fino a morire su una croce,  senza farsi sostituire da nessun altro. Colpisce, colpisce tanto che un uomo possa fare delle cose del genere, sapeva che l’avrebbe pagata, che si sarebbero vendicati per questa nuova visione sconvolgente su Dio, sulla fraternità, sul modo di vivere nel mondo. Eppure Gesù continua imperterrito il suo cammino a Gerusalemme per manifestare la verità del volto di Dio a favore dei fratelli. Il Tempio, che era un sistema studiato di posti da oltrepassare a seconda delle qualifiche, del genere, delle disponibilità finanziarie si trasforma diventando il Corpo di Gesù, e quelli che erano “maledetti” a cause delle loro “imperfezioni” si trasformano nei “preferiti” agli occhi del Padre, sovvertendo tutto l’ordine delle cose: ciechi, zoppi, peccatori, sono quelli più autorizzati ad accedere, ogni volta che lo vogliono, al Santo dei Santi.  

Ora sta a noi fare funzionare il Vangelo nella nostra vita. Paolo, nella Prima lettera di Corinzi ricorda: ““non sapete che voi siete il tempio dello Spirito Santo e siete il nuovo Santuario ed è santo il Tempio di Dio che siete voi”? Gesù ospita la presenza del Padre. Noi ospitiamo la presenza di Gesù in noi ospitando i fratelli e coloro ai quali ci facciamo prossimi. Lo Spirito e la Verità lavorano là dove ci sono cuori aperti e disponibili. 

E noi, di chi siamo tempio? 

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

VIAGGI …

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».  Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. (Vangelo di Marco) 

La Quaresima è un viaggio: domenica scorsa siamo partiti dalla pianura del deserto –  dove satana tentava Gesù cercando di mettere in forse le sue intenzioni e la sua “mappa” dell’itinerario di una vita affidata al Padre e donata ai fratelli – per arrivare, oggi, a un monte, un alto monte – segno di capacità di “elevazione” di sguardi e orizzonti – dove tre discepoli fanno una esperienza più profonda della verità del Signore. 

Viaggiare verso la cima di  un monte e goderne la meta comporta almeno  tre movimenti: salire, restare e scendere. Tre movimenti che, a ben pensare, appartengono a tutte le dinamiche delle scelte che facciamo quotidianamente. 

C’è un salire che è fatica, che è rinuncia di altre strade, che è affrontare l’imprevisto, ma che è assolutamente imprescindibile per raggiungere la meta. Dopo la fatica, però, si gode del traguardo raggiunto e occorre stare per guardare, percepire, imparare, assumere, contemplare e “fare qualcosa” del bellissimo luogo che si è raggiunto grazie al  proprio impegno. E infine, bisogna scendere. La discesa dal monte – e più in alto si va più la sensazione di infinito e bellezza è ampia – a volte è addirittura più faticosa della salita, perchè dobbiamo “portare in basso” quello che abbiamo “visto in alto”, moltiplicare per altri quello che abbiamo visto per noi, condividere in concretezza quello che ci sembrava la promessa di un paradiso troppo lontano dalla realtà. Eppure, questo è il viaggio, e proprio così Gesù è stato l’autentico Maestro che ha portato la presenza del Padre nella concretezza irripetibile della nostra carne. 

Il “viaggio-quaresima” diventa anche per noi l’opportunità irripetibile, in questo anno, per rivedere le nostre mappe personali: dove stiamo camminando? Chi ci sta guidando? Chi seguiamo? Cosa vogliamo? Per chi viviamo? Ci dirigiamo verso la vita della Pasqua che moltiplica altra vita o camminiamo per un semplice “andare senza direzioni”? Siamo fortunati, se ci rimettiamo sul sentiero, “presi e condotti da Gesù”: capiremo cosa significhi ogni giorno “risorgere dai morti”! 

LA CONGIUNZIONE “ANCHE”, COLLEGAMENTO TRA FRATELLI CON L’AIUTO DI CRISTO

Il 29 novembre 2020 tutte le parrocchie hanno adottato il nuovo messale della madre chiesa romana, che diventerà obbligatorio in tutte le parrocchie italiane a partire da Pasqua, il prossimo 4 aprile 2021. La nuova traduzione messale introduce alcune modifiche, tra le quali la preghiera del Padre nostro.

Una prima modifica consiste nell’introduzione della congiunzione “anche”: rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Prima di commentare il senso di questa aggiunta, occorre precisare che rimettere i debiti significa perdonare i peccati ed il perdono dei peccati è un atto che va oltre la nostra umanità.

Antony De Mello(1), scrittore nato a Mombay, ha detto una volta: “le tre cose più difficili per un essere umano non sono attributi fisici o capacità intellettuali. Sono queste: primo, restituire amore in cambio di odio; secondo, coinvolgere gli esclusi; terzo, ammettere di avere torto”. 

Dunque, restituire amore in cambio di odio, ovverosia perdonare le offese, è un atto che possiamo compiere solo con l’aiuto di Dio.

Nella preghiera del Padre nostro la congiunzione “anche” rafforza la presenza del Signore nella fatica assunta dall’essere umano a perdonare.

Perdoniamo insieme, con l’aiuto del Padre nostro e così recitiamo: Padre perdona a noi come anche noi perdoniamo insieme a te e come te. Imploriamo la Tua misericordia, consci che essa non può giungere al nostro cuore, se non sappiamo perdonare anche noi ai nostri nemici, sull’esempio e con l’aiuto del Padre.

Il perdono reso possibile dall’aiuto di Dio, con l’aggiunta della congiunzione “anche”, ritrova ulteriore completezza. Infatti, la congiunzione “anche” racchiude sia umiltà che reciprocità, oltre a risultare una fonte di unità e d’inclusione.

Anche viene a rinforzare l’umiltà, perché perdonare non è una prerogativa umana se non attraverso Cristo, non è un atto della nostra umanità, occorre sperimentarlo per viverlo con l’aiuto di Dio, per provare la pace dentro e fuori di noi ed insieme ai fratelli. 

Ecco che la parola ci invita a superare umilmente la nostra umanità quando ci esorta: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23).

La congiunzione “anche è “reciprocità” perché non è mai a senso unico: come giudico me stesso e come desidero il perdono per me stesso, così giudicherò anche gli altri e sarò disponibile ugualmente al perdono.

Tolta l’offesa e il suo veleno, ognuno va per la propria strada?

Nella preghiera del Padre nostro la cancellazione dell’offesa, anche se non è necessariamente l’oblio dell’episodio doloroso, porta alla nascita di un nuovo scenario. Ecco dove la congiunzione “anche” diventa unità.

L’avvicinamento e il riconoscimento della similitudine nella condizione umana genera l’unità che supera ogni conflitto, lascia posto alla fratellanza. 

Ecco dove la congiunzione “anche” acquista potenza dilagante dell’amore che diventa inclusione: nella misura con la quale saprò perdonare sarò perdonato perché, per riprendere il titolo di questa pagina, “siamo tutti sulla stessa barca”.

Tutte le volte che ci rivolgiamo al Signore attraverso la preghiera del Padre Nostro pronunciando “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” attuiamo un rinnovamento di cammino di riconciliazione con i fratelli che culmina con l’unità che non lascia nessuno indietro, soprattutto in questo preciso momento qualificato da Papa Francesco come tempo della domanda ai fratelli: “di cosa hai bisogno e risolvere”, proprio perché nessuno si salva da solo. Soprattutto quando “Siamo tutti sulla stessa barca”.

(1) Antony De Mello (2019) – Messaggio per un’aquila che si crede un pollo. Ed. Pickwick.

Caterina Pasini e Anselme Bakudila

3 risposte a ““SULLA STESSA BARCA””

  1. Bravissimi Caterina e Anselme! Che bella questa riflessione! Al primo approccio, l’inserimento della parola “anche” può sembrare insignificante, una formalità, ma voi ci avete dimostrato che così non è! Grazie!

  2. Molto bello e profondo grazie. Mi ha colpito la frase “l’avvicinamento e il riconoscimento della similitudine nella condizione umana genera l’unità che supera ogni conflitto, lascia posto alla fratellanza”. In questo momento storico sembra quasi che tutto questo sbiadisca, si stia allontanando chiudendo occhi, orecchi e cuore. Ma noi ce la faremo. Grazie ancora.

SULLA STESSA BARCA

Cos’è? – La pagina “Sulla stessa barca” è dove l’uomo attinge, racconta, accoglie idee, pensieri e convinzioni secondo cui esiste la speranza al cambiamento delle cose. È una condivisione che ambisce, a immedesimarsi, come sorelle e fratelli, nella domanda: “ed io cosa posso fare?”.

 

La risposta è: trarre lezioni, prendere posizione e, dove possibile, intervenire.

Un viaggiatore in poppa ad una nave non direbbe non sono fatti miei, quando i passeggeri in prua alla stessa imbarcazione gridano aiuto alla vista di un foro da cui entra l’acqua”

Papa Francesco, durante l’intervista dal titolo “Il mondo che vorrei”, andata in onda il 10 gennaio 2021 su Canale 5, esorta il mondo a uscire migliori dalla crisi odierna, evitando la doppia sconfitta, quella legata alla crisi in sé e quella di uscirne peggiori, semmai ritornassimo a condurre la vita come prima.

I grandi valori, afferma il Pontefice, ci sono sempre e sono insiti nella cultura. Non cambiano mai nella storia: ciò che cambia è l’espressione degli stessi valori con la cultura del momento.

Guerre, distruzione, ingiustizia sociale, egocentrismo – detto anche “IO” che prevale sul “NOI”, la cultura dello scarto, ossia considerare inutili coloro che non producono profitto (anziani, ammalati, bambini, immigrati bisognosi) e si scartano…  sono gesti e comportamenti che generano l’allontanamento tra le persone. La cultura dell’indifferenza, “il sano menefreghismo”, non è in nulla “sana”.

La risposta – almeno una delle risposte- che ci porta a uscire migliori dalla pandemia è la cultura della fratellanza. La fratellanza non è il club degli amici, non vuole dire una creazione di un circolo esclusivo di amici, ma è inclusione. È la capacità di seminare la speranza, di ritrovare un senso di comunità e viverla insieme.

La comunità è consapevole di essere tutti sulla stessa barca da interdipendenti e, come dice Papa Francesco,” nessuno si salva da solo” .

Ci salveremo tutti insieme o non si salverà nessuno.

La pagina “Sulla stessa barca” si guarda intorno, vuole entrare con rispetto ma in maniera dirompente nella storia delle persone, membri della comunità umana, raccogliere testimonianze, esperienze e stimolare ognuno a scegliere ad agire con la parola, la preghiera e/o con le opere, aiuta a prendere consapevolezza di ciò che ci circonda e guida l’audacia dell’agire, che nasce con il sapere.

Benvenuti a tutti, fratelli e sorelle, consapevoli compagni di un viaggio, tra passeggeri e marinai, dove Cristo è sia mezzo che metà.