Parrocchia Divin Maestro, Corso Piave 71/b, 12051 ALBA (Cn)

0173/281830.   mail: lucca.luigi@tiscali.it

LUNEDI 18 MAGGIO RIPRENDERANNO LE CELEBRAZIONI DELLA SANTA MESSA AL SOLITO ORARIO: ALLE 9,00 LA MESSA FERIALE (eccetto in caso di funerale) ,  ALLE 18,00 IL SABATO E ALLE 9,00, ALLE 10,30 E ALLE 18,00 LA DOMENICA. VERRANNO SEGUITE SCRUPOLOSAMENTE LE NORME DI SICUREZZA. IN CHIESA CI SONO 115 POSTI A SEDERE, RAGGIUNTO IL NUMERO NON SARÁ PIÚ POSSIBILE ENTRARE DURANTE LA CELEBRAZIONE. 

PENTECOSTE

VENTO E FUOCO 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro
di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».”

É difficile parlare dello Spirito Santo: non lo vedi, non lo tocchi, non lo senti. Eppure, da Gesù con i suoi discepoli, CAPITA nel  mezzo di una situazione ben precisa, che è quella che vedi, tocchi e senti tutti i giorni in modo molto tattile e terribilmente concreto:  porte chiuse, timori … lì, proprio lì “capita” lo Spirito Santo. Leggi,  ascolti la Radio, guardi la Tv, ti guardi intorno e più leggi e approfondisci e meno capisci, vedi tutto e il contrario di tutto. Lo “spaesamento” discepolare continua ai nostri giorni… porte chiuse, timori  Proprio lì capita di nuovo il mistero dello Spirito Santo! E al Vangelo  non basta dire una volta “pace a voi”,  lo deve ripetere, perché forse non ci crediamo più.  Non crediamo a quella pace di cui necessitiamo per  vivere, per andare avanti, per ridare credito a quei pochi e coraggiosi segni di vita che ancora ci invitano a ripartire con coraggio, perché sappiamo che sono quelli di cui abbiamo terribilmente bisogno e solo Dio ci può dare. Senza prove, solo con  la grande fiducia che il respiro del Risorto non ci tradisce. Ha ragione, un poeta, Franco Marcoaldi, quando scrive:  Quel che di vero c’è, è quanto sfugge e passa – allude tace svia commuove. E tutto questo, senza disporre maI di prove. A partire da un perdono accolto. Unica cosa certa. A noi stessi, anzitutto. 

Vieni, Santo Spirito!  

ASCENSIONE DEL SIGNORE GESÚ

GLI OCCHI DEL CUORE 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni

Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli. 

Che bello riprendere nel nome di un’Ascensione la nostra vita di comunità. Ascendere significa SALIRE, rimettersi in piedi e camminare!  Dopo questi mesi di “chiusura fisica” – ma  di costante contatto, per chi voleva – si riprende una vita “quasi normale”. Tutto uguale, a parte le mascherine (squisito segno di cura per la salute propria e altrui). Sembra che tutto abbia ripreso i suoi “ritmi” normali: traffico, incontri, corse, spese, lavoro, spostamenti …   Sembra …  Sarà proprio così? Ne siamo convinti? Questa esperienza “universale” che ha toccato tutta l’umanità, che cosa ci ha insegnato? Questo nuovo tempo che stiamo vivendo e siamo chiamati a impostare, come ci sta interpellando? Che cosa mi sta dicendo? Solo se “torniamo” al cuore e nel cuore delle nostre domande potremo darci una risposta. Noi, che viviamo in una Parrocchia, cercheremo di darci una risposta davanti a un Alleato Speciale: nientemeno  che il Signore Gesù. A Lui rivolgiamo le parole che Paolo scrive ai cristiani di Efeso: “Possa Egli illuminare gli occhi del cuore …. Per farvi comprendere la grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo”. Questa è la sfida di ogni uomo, ma soprattutto di ogni “discepolo”,  chiamato a diventarlo e così esserlo ogni giorno, a partire dall’incontro con il Vangelo. E la storia riprende il cammino, orientati da una speranza che sa sempre guardare IN ALTO e OLTRE, ma solo per un motivo: per guardare INTORNO A NOI, in modo nuovo:  “con la straordinaria grandezza della sua potenza in noi”, che fa la differenza delle differenze! 

Buona Ripresa e Buona Ascensione! 

19 MAGGIO, MARTEDÌ …

SBARRE

In quei giorni, la folla [degli abitanti di Filippi] insorse contro Paolo e Sila, e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi.
Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera,
cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti.
Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «
Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa.
Egli li prese con sé, a quell’ora della notte,
ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

Un pensiero … 

Sempre di più, leggi la Parola di Dio, e ti dici: “parla a me, di me, di noi, del mondo”. 

Due situazioni si oppongono:

a. Da una parte una forza che “chiude”: ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere … nella parte più interna del carcere, ceppi ai piedi  

Non bisogna avere tanta fantasia per leggere questa situazione come qualcosa che, sovente, ci riguarda proprio da vicino: chi di noi non si è mai sentito “bastonato” da certe cose che capitano, da alcune sorprese non proprio gradite e improvvise; chi di noi, a volte, non si sente “imprigionato nella parte più interna del carcere”, incapace di “liberare” quanto porta nel cuore, urlare la propria disperazione e tristezza, prigioniero del proprio risentimento e di una grande rabbia; chi di noi non sente i ceppi ai piedi che gli impediscono di “andare” come il cuore suggerirebbe; chi di noi non sa che, qualora anche andasse tutto “benissimo” (!)  e non ci fosse nessun problema, prima o poi arriverebbe il “famoso momento” che tutti “livella” allo stesso modo per decretare il “nulla di fatto”?

b. Dall’altra parte Paolo e Sila, i testimoni abitati dallo Spirito del Risorto, che in questa terribile situazione hanno la “faccia tosta” di cantare inni a Dio  davanti agli attoniti compagni di cella. E capita qualcosa: un miracolo! Venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti.

E chi di noi non sogna una situazione del genere? Chi di noi non lo vorrebbe? Porte aperte! Catene cadute! Un sogno! Può darsi. Possiamo dire … una speranza? E perché no? Perché non potremmo rimetterci a sperare anche noi, perché non potremmo dire che a volte, se ci troviamo nelle prigione, con i ceppi ai piedi e bastonati e caricati di colpi è perché (forse) non abbiamo voluto credere e sperare in Colui che ci parla con una sola grande intenzione che viene sintetizzata dalla parole che Paolo rivolge al carceriere che voleva togliersi la vita: 

NON FARTI DEL MALE! ?

Penso che la parola di Dio sia anzitutto questo suggerimento: “ritrova la strada che porta al bene e alla vita! Riscopri ciò che non fa male, a te e agli altri, impara a rinunciare a  ciò che non ti porta da nessuna parte se non nello scoramento e nella tristezza, accordati con quanto ti ridà contenuti per alzarti … “.  Io penso che il Risorto sia soprattutto questo: riscoprire quotidianamente la forza della vita che si oppone attivamente al risucchio delle morti da mille volti che ci sorprendono. La memoria della Parola si trasforma in risposta. La risposta configura e dispone la mente a impostare il nostro stare nel mondo,  la nostra presenza davanti a CIÓ CHE CONTA, la possibilità di essere ri-creati, ossia, diventare CREATURE NUOVE. 

Chiaro, non ci saranno mai delle “ragioni sufficientemente chiare” per iniziare, ma ci sono delle “speranze estremamente forti” per farlo. 

E quando si inizia il cammino, allora di apre anche la strada. 

 

17 MAGGIO, DOMENICA …

SPERANZE 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto
con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è
meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.

Per riflettere… 

Buona domenica a tutti!

Mi fa sorridere l’auspicio formulato da Pietro per i suoi lettori: SAPPIATE RENDERE RAGIONE della SPERANZA che è in voi. 

Mi fa sorridere perché noi pensiamo sempre che la speranza e la ragione appartengano a due mondi diversi, che non si incontreranno mai, tant’è che diciamo che chi vive sperando muore penando (e anche cose meno bucoliche), mentre le persone concrete e con delle ragioni forti vivrebbero una vita sicura e tutta d’un pezzo, ma anche disperata – mi viene da dire,  proprio perché senza speranza –  coerentemente con questo ragionamento.

Penso che Pietro alla fine fosse il più equilibrato e plausibile nel suo invito:  anche secondo me  la speranza ha delle ragioni molto grandi e forti per vivere, e anche la ragione ha le sue forti speranze, altrimenti non farebbe progredire il mondo. 

Cosa sarebbe un mondo “senza speranza”, che vive tra la costante CONDANNA DELL’IMMOBILITÁ DEL PASSATO e  l’IMPREVEDIBILITÀ DEL FUTURO?   

Solo una speranza lo può salvare: chi può salvare dalla condanna di una malattia se non la speranza di un vaccino? Chi può permettere l’impossibilità di illuminare il buio se non la speranza di produrre una piccola luce, fosse solo quella di una lampadina? Chi può permettere all’odio di mutare, se non la speranza iscritta in un generoso gesto d’amore e di perdono? Chi può cambiare tutto l’”arretrato” che grava sulle nostre teste appesantite, se non un gesto di novità e una promessa che qualcosa si avvererà? 

Tutta la storia vive e continua a vivere SOLAMENTE perché spera, altrimenti sarebbe un ETERNO MORTORIO e la ripetizione di cose SEMPRE UGUALI. 

Ma dalla scoperta del fuoco all’invenzione della ruota … se ne sono fatti di passi. 

Tutti animati dalla speranza che l’intuizione di ciò che ancora non c’era si sarebbe avverato, diventando una profezia, una promessa e una speranza piena di vita. 

E puoi scommettere che la speranza ha delle grandi ragioni e delle enormi ragionevolezze per esserci, in tutta la sua grandiosa concretezza. 

Ma torniamo alla richiesta di Pietro: noi, che pensiamo di essere cristiani, troviamo le ragioni delle nostre speranze in Gesù e nel suo Vangelo (ma va?!)?

Riusciamo a “mostrare” (e non a dimostrare) nella nostra vita che il Risorto è il motivo del nostro cammino di ogni giorno, che la Creazione in Lui è in grado di ri-crearsi perché Lo abbiamo accolto, che la Sua presenza nel nostro cuore diventa una promessa e un’avventura sempre possibile nonostante i nostri tentennamenti e le nostre incerte risposte; che nel nostro piccolo ci sono degli spazi e dei tempi nuovi per vivere il nostro essere umani e fraterni in modo diverso? 

Io ci sono ancora lontano,  ma queste per me sono delle grandi ragioni per sperare e delle grandi speranze per ragionare, ancora sostenuto, ogni giorno,  da quel che permetterò a Gesù di fare in me, e non tanto da quello che riesco a (non) fare per Lui. 

16 MAGGIO, SABATO …

DEVIAZIONI

Dagli Atti degli Apostoli

Percorrendo le città, (Paolo e Timoteo) trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno.
Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galàzia, poiché
lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. Giunti verso la Mìsia, cercavano di passare in Bitìnia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, lasciata da parte la Mìsia, scesero a Tròade.
Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macèdone che lo supplicava: «Vieni in Macedònia e aiutaci!». Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedònia,
ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.

Un pensiero…

Le “avventure” dei primi Evangelizzatori, che vedono in San Paolo il “grande capo”, l’Apostolo delle genti, non hanno una grande linearità, anzi! 

A tutta la buona volontà e ai progetti, che con grande diligenza i discepoli cercano di fare, per diffondere la Buona Notizia e la conoscenza del Figlio di Dio, sembra opporsi nientemeno che lo Spirito Santo, quello di Gesù, che, sovente, fa ritenere di dovere cambiare strada e buttare all’aria tutti i sogni e le destinazioni sperate. 

Eppure si va avanti! 

Eppure, a volte, rileggendo la storia, il racconto delle “gesta” degli Apostoli curato da Luca, sembra rivelarci che … non tutti i mali vengono per nuocere, anzi, quelle che sembravano essere delle delusioni si manifestano come fruttuose possibilità di semina e futuro, là dove meno ci si aspettava.

E così la diaspora e le persecuzioni diventano le prime grandi occasioni di evangelizzazione!

Non bisogna avere tanta fantasia per far “parlare” la Parola di Dio alle nostre vite:  anche noi, nei nostri progetti di viaggio e sul percorso precisissimo delle mappe esistenziali, progettate da noi e per noi,  siamo “costretti” a cambiare strada, molto sovente: le cose non vanno come vorremmo; tante potenziali possibilità si rivelano dei fallimenti; la voglia di fare si consuma, e sembra che … boh? Dove andremo?

Paolo ci insegna che il primo annuncio del Vangelo è quello della speranza, che se i “cambi di strada” vengono rimessi nelle mani di Dio, una destinazione si raggiungerà; quello che sembra essere il fallimento dei nostri sogni,  in realtà può diventare occasione opportuna per novità inedite e a volte sorprendenti. 

NOLITE TIMERE, EGO VOBISCUM SUM: Gesù lo dice ai suoi discepoli, lo ripete a noi, tutti i giorni: “non abbiate paura, io sono con voi”.  

Con questa certezza dobbiamo riprendere i nostri a volte strampalati cammini quotidiani, sapendo che, anche quando nuovi INIZI ci sorprendono e non li puoi cambiare, spaventandoci e togliendoci le forze, insieme a Lui, a partire da ogni OGGI,  si possono creare dei nuovi FINALI. 

15 MAGGIO, VENERDÍ …

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Un pensiero: 

Pulcinella, maschera napoletana, è famoso per la mania di “diffondere” segreti rendendo le notizie riservate chiacchiere di dominio pubblico. Quando si dice il segreto di Pulcinella noi intendiamo qualcosa che tutti sanno. 

(Comunque, se qualcuno conosce sto segreto me lo dica, perché non sono mai riuscito a capire qual sia, e alla fine sta a vedere che Pulcinella è più furbo di Wikipedia e di noi) 

Anche i bambini, gli amici e i confidenti amano scambiarsi notizie riservate, o per lo meno, confidare pesi, gioie e notizie che fanno sentire il proprio interlocutore una persone scelta e privilegiata. In una parola: amico. 

Mi è venuta in mente tutta questa “pappardella”, perché stamattina Gesù, nel Vangelo, dice ai suoi Apostoli, e dunque anche a noi: “ Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi

Qual è il grande segreto che Gesù comunica ai suoi amici-discepoli-noi? : “Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”.

In queste parole è racchiuso tutto il Vangelo. 

Parole che dicono perdono, pazienza, attesa, dono, rispetto, responsabilità, futuro, accoglienza … e mille altre cose che possono comporre il lessico della libertà e della liberazione quotidiana. 

Parole che magari innescano in noi una reazione opposta pensando a certe persone e situazioni: altro che amore! Ci vuole vendetta, velocità, rapidità, chiarezza immediata, chiusura dei ponti e delle porte, odio … 

Posso crederci o no, gli amici di Gesù sanno che questo è  il loro principale “lavoro”: riconnettersi continuamente alle fondamenta della casa della propria vita per domandarsi che spazio abbia la  Parola e lo S/spirito del Maestro e Signore per costruire la propria storia. 

Posso crederci o no, ma so benissimo quali siano le destinazioni delle mie scelte, basta guardare il mondo. 

Posso crederci o no, ma ogni  giorno penso che siamo davanti al  famoso bivio di cui parla Deuteronomio al cap. 30, quando Dio dona al popolo la Legge: “Io ti  ho posto davanti la vita e la morte, la maledizione  e la benedizione.  Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando  il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a Lui, poiché  è Lui la tua vita e la tua longevità per così potere abitare nel paese che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri. “

Ora, qualcuno mi potrebbe replicare: “provaci tu ad amare nelle mie condizioni schifosissime di vita!”. 

E non posso neanche dare torto, ci sono condizioni tali per cui, sovente, a tutto pensi meno che ad amare. 

C’è però un altro segreto, che dà senso e profondità alle cose cose che Gesù dice di “fare”, un segreto che dà senso a ogni comandamento: si tratta dello STARE; stare con Lui, proprio come fanno i discepoli e gli amici; stare uniti a Lui che è “la vita e la longevità”. 

A partire da questo stare curato, atteso e vissuto possiamo parlare di un vero segreto per tutti, come la sensatezza dell’amore, ma la cosa è riservata agli amici veri! 

Per riflettere:

Io mi sento “unito” a Dio (Gesù)?

14 MAGGIO, GIOVEDÌ …

MATTIA

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli – il numero delle persone radunate era di circa centoventi – e disse: «Fratelli, era necessario che si compisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, diventato la guida di quelli che arrestarono Gesù. Egli infatti era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero. Sta scritto infatti nel libro dei Salmi:  “La sua dimora diventi deserta e nessuno vi abiti”, e: “Il suo incarico lo prenda un altro”.
Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione».
Ne proposero due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia. Poi pregarono dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava». Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.

Un pensiero: 

Mattia, apostolo che sostituisce Giuda, nel Gruppo dei Dodici, è una persona molto interessante. 

Discepolo last minute è estremamente discreto e disponibile, non dice una parola e non si sa quasi niente di lui. Rievoca un po’ la figura di San Giuseppe, santo silenzioso, ma fondamentale e assai più “comunicativo” di tanti altri che non chiudevano mai la bocca. 

Mattia, con la sua disponibilità ad accettare la sorte caduta su di Lui, da parte degli Apostoli che avevano invocato il Signore, rappresenta tutti quei “santi” che nelle pagine della nostra storia e della nostra quotidianità, senza che alcuno li citi – addirittura da emeriti sconosciuti –  sono testimoni della Resurrezione tra i tanti quotidiani inevitabili eventi e scontri che, invece, vorrebbero renderci testimoni di cinismo, rinuncia, chiusura in noi stessi e amarezza. Ce n’è sicuramente per tutti, ma credere che la parola definitiva che informa la speranza dei nostri cuori appartiene al Signore che ha vinto la morte (e le morti) cambia in modo totale sguardi e orizzonti. 

Ecco i discepoli di cui abbiamo bisogno: persone che hanno voglia  di rinascere e ripartire nonostante le oppressioni e i pesi. 

Da questo punto di vista gli “undici”, cercando un sostituto per il loro gruppo, vivono anche con la forza della Resurrezione, che non li inchioda semplicemente alla delusione di quel tradimento, ma li attiva alla ricerca di nuove soluzioni “ispirate” e “affidate” al Signore della vita. 

Mattia, come dicevamo, è anche sempre ricordato in relazione a Giuda, perché ne prende il posto. 

Devo essere sincero: Giuda non si è certamente comportato bene nei confronti di Gesù, però mi fa sempre male leggere la “rilettura” che le Scritture fanno a proposito della sua figura: “Sta scritto infatti nel libro dei Salmi:  “La sua dimora diventi deserta e nessuno vi abiti”, e tante altre citazioni. 

A parte che non credo alla predestinazione, ma alla destinazione delle nostre scelte libere, c’è da dire che la vita di tante persone è “frutto di citazioni” (non di Dio) che sono state fatte da storie e  relazioni personali che suonano come condanne a morte e fanno vivere da “letteralmente” condannati a morte; c’è però una notizia che sta al di sopra di tutto quello che leggiamo: a portare la storia dei discepoli sono le spalle del Buon Pastore, sempre.

Come non ricordare allora quel famoso capitello che Papa Francesco cita continuamente quando parla di Giuda? Da una parte c’è il tradimento e l’impiccagione del discepolo traditore, dall’altra il Pastore, che sì, fino alla fine, andrà sempre alla ricerca delle sue pecore “smarrite” per ridare loro un posto sulle sue spalle. 

Pecorella Giuda, pecorelle “Dodici”, pecorelle noi, pecorella … io. 

Mi faccio cercare da Gesù? 

13 MAGGIO, MERCOLEDÌ …

COLLEGAMENTI 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Un pensiero 

Oggi il Vangelo ci porta in campagna, davanti a una vigna, per riscoprire nelle cose che ci circondano e vediamo tutti i giorni, il luogo di residenza delle verità più belle della vita. 

Tra queste, certamente, quella che ci ricorda che la vita esiste solamente perché è COLLEGATA ed è ATTRAVERSATA. 

A dispetto del nostro mondo ego-centrato, dove tanti IO si vantano e ritengono ancora di potere vivere autonomamente e in piena indipendenza, la vite e i tralci, nella loro semplicità ci ricordano che un pensiero del genere è piuttosto ingenuo: esisto perché sono un tralcio attaccato a una vite, dalla quale provengo e provengono tutti i frutti che mi circondano; per la quale vivo, proprio perché, a partire da lei una linfa scorre e mi impedisce di essere infruttuoso e di seccare.

Se qualcuno è insofferente alla creatività del Figlio di Dio e non sopporta questo genere di discorsi,  può benissimo rifarsi alla concretissima esperienza empirica dei nostri giorni: esisto se faccio attenzione con una semplice mascherina, a proteggermi e a non contagiare gli altri. Gli starnuti di Wuhang sono arrivati fino ad Alba. Piccole ingenuità e trascuratezze possono generare grandi conseguenze, a volte addirittura mortali. Vivo e non vivo solo collegato.  Da sempre è stato così, forse lo sapevamo anche, ma abbiamo sempre fatto finta di niente. Noi italici, poi, abbiamo un po’ il vizio, di provarci finché va bene e nessuno ci sanziona. A quel punto, magari, torniamo in noi. Ora, madre Terra ha suonato il campanello per farci interrogare nuovamente sulle nostre responsabilità e sulla cura di quei legami buoni in grado di dare la vita. 

Per l’Agricoltore celeste la cura per la vigna è grande, una cura destinata a potare e a rifinire continuamente  il tralcio affinché non porti semplicemente frutto, ma più frutto, molto frutto! Con una linfa speciale: rimanere in Lui e fare rimanere in noi le sue Parole. 

Proprio vero: sono sempre le parole e i messaggi che ci fanno operare.  Dalla qualità della parola compresa, meditata e vissuta nasce la qualità delle opere. Non è vero il detto: “fatti e non parole”, io dire “parole e fatti!”, le cose vivono sempre insieme, altrimenti anche i fatti da soli possono essere degli asteroidi distruttivi anziché dei semi di possibilità nuove. E le parole buone possono diventare per noi germogli di futuri significativi e di apertura. 

Giornata propizia, oggi, per fermarci e domandarci che genere di parole attraversano e costituiscono la linfa dei nostri cuori e delle nostre menti. 

 

12 MAGGIO, MARTEDÌ …

PIETRE

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, giunsero [a Listra] da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe.
Dopo aver
annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto.
Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e,
dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
Appena arrivati, riunirono la Chiesa e
riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.

Un pensiero …  

Bella storia quella di Paolo & Co.!

Davanti alle menzogne dei “persuasori di folla” (ops, non vi ricorda niente?),  lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto.

Il giorno dopo (c’è proprio scritto così!) Paolo riparte con Barnaba per continuare ad annunciare il Vangelo e ricorda, incoraggiando i suoi ascoltatori, che per entrare nel Regno di Dio bisogna passare attraverso molte tribolazioni. 

Tornati ad Antiochia,  alla fine dei loro viaggi,  raccontano agli  altri che Dio, attraverso di loro, aveva permesso a molti pagani di aprire la porta alla fede.  

E la Parola si tuffa nella nostra vita, o noi ci tuffiamo in essa. 

Pensavo alla difficoltà di entrare nel Regno di Dio, alla richiesta di tribolazioni previste. Non si tratta semplicemente degli altri, ma di noi stessi: difficile a volte “evangelizzare” i nostri cuori e le nostre menti.  Difficile percorrere la “logica” del Figlio di Dio (questo significa, anzitutto, entrare nel Regno di Dio) in mezzo a logiche tutte diverse, che a volte ti confondo, ti seducono, ti rendono la vita difficile e ti fanno fare cose che non vorresti (ricordate Paolo, quando dice: faccio il male che non voglio e non faccio il bene che vorrei?). Eppure quell’ingresso, quella porta aperta della fiducia e della speranza sono le forze vitali più grandi e indispensabili che esistano! Quelle che ti fanno capire che, quando domandano una rinuncia,  lo fanno per farti rinunciare … a ciò che ti fa male e ti fa morire! 

E allora, anche il nostro caro Paolo, grande uomo, grande apostolo, ma, grazie a Dio,  ricco di difetti proprio come noi, ci insegna nella pagina che abbiamo letto, che, a dispetto del fatto che “sembrasse morto” sotto  il peso sferzante delle pietre e delle calunnie persuasive, IL GIORNO DOPO si rialzava per riprendere il suo lavoro di annunciatore. C’è una forza che lo abita, lo precede, lo supera, molto più grande di lui. C’è quel Vangelo della vita. 

E ti rimetti a pensare: gran bel messaggio anche per noi. 

Nonostante tutte le pietre, le lapidazioni dai mille volti che la vita riserva a tutti noi, nella sua anormalissima normalità, la Parola può diventare possibilità per rialzarci, per incamminarci di nuovo “il giorno dopo” e magari, alla fine della giornata, renderci consapevoli che “il Signore aveva fatto”, aveva operato, aveva suscitato qualcosa di nuovo che non ci aspettavamo neanche. 

“Nella tua Parola, io camminerò” dice un canto da noi conosciutissimo. 

Sarà proprio così anche per me?