Ecco il programma degli incontri:
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
AMMINISTRAZIONE SCALTRA
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
Il Vangelo di oggi è strano, lascia interdetti, ma lo scopo delle parabole è proprio questo: trovarsi davanti a una situazione paradossale.
Forse la potremmo capire meglio pensando al fatto che è successivo ai racconti di tre perdite nel vangelo di Luca: la pecora perduta, la dramma perduta e il figlio perduto.
Oggi Gesù ci parla di un amministratore disonesto che perde il suo lavoro a causa della sua corruzione.
Si dà da fare con tutta l’ingegnosità possibile per rimettere le cose a posto, e, continuando a essere profittatore e opportunista nel suo modo di agire, viene lodato per la sua scaltrezza.
Attenzione, non per la disonestà, ma per la laboriosità impiegata a risolvere il suo problema (scaltrezza).
Perchè questo padrone – che sembra rappresentarci Dio così da vicino – è contento? Questo è il paradosso evangelico: perchè il padre è felice quando vede un figlio che mette in atto tutte le proprie risorse pur di potere essere contento e dare senso ai suoi limiti.
A me il Vangelo di oggi suggerisce anzitutto tre domande:
- CHI SEI? L’amministratore disonesto ha le idee chiare della sua situazione:
Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno.
2. COSA VUOI? Di conseguenza quest’uomo mette in gioco tutte le sue forze per risolvere questa situazione di limite riconosciuta:
So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua
E sappiamo cosa fa.
Le trovo forti queste domande: per non sprecare, per non perdere la tua vita, chiediti con grande chiarezza CHI SEI e COSA VUOI, altrimenti rischi di non andare da nessuna parte o di vivere la tua esistenza sospinto da tutti i venti del mondo.
Così però, non si va da nessuna parte.
Io so dare una risposta a queste due domande?
Se poi vogliamo concretizzare ulteriormente il testo, facendo una riflessione più pratica sull’uso del denaro (che Gesù definisce sempre “altrui” e “disonesto”) potremmo farci altre due domande:
3. COSA CONTA REALMENTE? COSA RESTA QUANDO TUTTO FINISCE?
L’amministratore passa dall’amministrare i beni alla cura delle relazioni.
Nuovi investimenti, nuove cose importanti.
Insomma, oggi Gesù ci suggerisce queste quattro domande che hanno il potere di riattivare la vita:
CHI SONO? COSA VOGLIO? COSA CONTA DELLA MIA VITA? COSA RIMANE ALLA FINE?
Ieri leggevo questa bellissima frase di Joseph Conrad:
NELLA VITA NON C’É GRANDE SCELTA. O MARCIRE O ARDERE.
E se cominciassimo ad ardere?
D’altronde non siamo luce nella LUCE?
BUONA DOMENICA!
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Amare (di più), costruire e partire (per la guerra).
Tre verbi un po’ strani, ma significativi, che riguardano tutto il cammino della vita.
Anzitutto Gesù chiede di amare Lui PIÚ di ogni altra persona! Lì per lì ti fai due domandine: com’è possibile? Tranquilli! L’amore esiste solo nella sua pienezza, non sarebbe tale al 99%. Esiste solo al 100%. E allora questo non significa togliere qualcosa all’amore nei nostri cari, ma trovare quel riferimento per cui la nostra pienezza può rimanere sempre tale perchè ancorata a una pienezza infinita e gratuita. Quindi non si tratta di sottrarre, ma di trovare il pieno! La domanda potrebbe essere: “cosa mi fa amare IN VERITÁ a prescindere dai miei stati umorali, dai meriti, dai tornaconti e dagli opportunismi?”. Ecco perchè dobbiamo riconoscere la pienezza che dà senso a tutte le mie pienezze. E per far questo occorre PORTARE LA CROCE, che non è una sventura che capita tra il capo e il collo, ma il nome del prezzo della fedeltà a quello che credo. Per Gesù ha avuto la forma della croce, per me può essere una rinuncia, un’attenzione, una perdita del centro, una condivisione scomoda … Nessun masochismo, tutto a servizio della liberazione e dell’accrescimento del senso della vita.
Gesù poi dice che essere suo discepolo è un compito che richiede un progetto da tenere costantemente sott’occhio. Per questo il racconto del vangelo inizia con l’invito a VEGLIARE, perchè troppe volte, la narcolessi socio-culturale che porta ai nostri sonni di massa pilotata – a partire da quel cellulare che come una flebo teniamo sempre in mano a mo’ di scaricatore di adrenalina – richiede i nervi saldi di colui che non si lascia fregare ma ha il cuore sempre attento e in funzione per costruire la torre in maniera corretta!
E infine … PARTIRE IN GUERRA! No! Non sia mai! Chiaramente è una metafora, un modo parabolico di parlare. Forse Dio è Dio degli eserciti perchè deve guidare un “esercito di pace”, quello dei suoi discepoli – nella guerra contro le ingiustizie, contro le devastazioni seriali delle menti e dei cuori, contro l’annullamento del pensiero e dell’identità … contro le mille guerre che partono dai nostri pensieri, e, quasi anonimamente, si espandono dalla prima cellula del cuore a tutto il Sistema Solare.
