XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

I nostri modi di fare le cose determinano il senso di quanto viviamo. Capita così nel mondo del lavoro, dello studio, nelle relazioni: l’intima predisposizione davanti alla realtà ne costituisce anche la  sua realizzazione. 

Così vale anche per la preghiera: c’è un modo chiuso di stare davanti al Signore, e un modo che invece è in grado di accendere nuove modalità di vita, perchè segnato dall’apertura e dal desiderio di accogliere il Mistero di Dio, che in Gesù è diventato capacità e possibilità di comprensione umana di un volto diversamente lontano e sconosciuto. 

La prima cosa che ci apre alla preghiera, ci ricorda Luca, è smettere di avere l’intima presunzione di essere giusti e disprezzare gli altri. Anzi, dice in Vangelo in greco, di NIENTIFICARE gli altri. Perché quando riteniamo di essere troppo “arrivati e completi” non c’è più spazio per nulla: nè per Dio, nè per la comunicazione con i fratelli. E lo stesso Dio, addirittura nella preghiera non ha più spazio. 

Il fariseo, infatti, (non) pregava proprio così. Anche se formalmente le cose sembravano perfette, lui PREGANDO TRA SE’ e STANDO IN PIEDI (posizione di sufficienza e supponenza, addirittura davanti a Dio) non si rivolge a Dio, ma sciorina davanti a se stesso le sue qualità affinché si possa sentire a posto, disprezzando gli altri. Ben diverso il cuore del pubblicano, consapevole peccatore bisognoso di salvezza, che nel suo umile essere rivolto al Padre altro non invoca, a partire dalla verità del suo essere povero, un abbraccio pieno di misericordia. Gesù dice che il secondo viene ascoltato, il primo no, ma non perchè Dio è sordo, ma non aveva nulla da sentire. 

Mi viene in mente San Paolo, che, pur sapendo di avere riscoperto il volto di Dio in Gesù e nel suo amore, pur avendolo predicato e portato in tutto il mondo con il meglio delle sue energie, si permette di scrivere: “io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo  acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra”. Eppure aveva rinnegato la giustizia della Legge, alla quale si affidava quando era fariseo, aveva scoperto la giustizia dell’amore in Gesù, ma sapeva che il suo modo di stare davanti a Dio era quello di chi sentiva il bisogno di essere salvato. E di lì inizia la sua preghiera e l’ascolto di quella Voce che in quella verità è capace di portare la salvezza e il cambiamento. 

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

LA VEDOVA INSISTENTE

Lc 18,1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:

«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.

Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Leggo queste parole di Gesù sulla necessità di PREGARE SEMPRE, SENZA STANCARSI MAI. 

Le leggo e mi fermo dicendomi: “com’è possibile?”. Ma a cosa serve? Come si fa a pregare sempre? 

Ieri ho avuto la risposta: con un gruppo di famiglie siamo stati a Saluzzo nella comunità di Suor Elvira, un luogo dove persone non più soddisfatte del loro “tutto” che a volte coincide con il loro “nulla” e il loro vuoto decidono di andare per recuperare loro stessi. 

Giovani vittime di dipendenze, che non si chiamano solo cocaina, eroina o crack, ma anche pornodipendenza, cellulare, ludopatia e mille altre, tante delle quali ammalano anche noi cosiddetti “normali” … e come guariscono? Loro l’hanno chiamata CRISTOTERAPIA. 

Noi uomini pragmatici e sicuri di noi stessi chiaramente non ci crediamo così tanto, eppure io l’ho visto, l’abbiamo constatato, si può guarire cercando di portare le proprie ferite e i propri carichi a Gesù tutti i giorni … ti trasforma. 

Dalle 6 del mattino alle 22 della sera senza sedersi, ma trovando tempo per recitare tre rosari e fare tre ore di adorazione ogni giorno. E vi assicuro, si lavora anche più di otto ore al giorno, si mangia, si fanno le cose che fanno le persone per vivere, ma quel contatto … trasforma, cambia. Ah, magari selezionando e facendo a meno di tante altre cose inutili. 

E tutto grazie a una donna che ci ha creduto, fino in fondo, suor Elvira. Una donna che ha realizzato quanto Gesù domenica scorsa diceva al decimo lebbroso: “alzati, viaggia, la tua fede ti ha salvato”. 

Scriveva Madre Elvira: 

“Mi sono innamorata dell’Amore, non delle cose che faccio, e nell’amore ho incontrato la vita. L’amore non è un ideale da sognare nei pensieri, nel “vorrei, farei, andrei”, ma è frutto di un “voglio, faccio, vado”. É schiena che si piega, piedi che camminano, mani tese, labbra che sorridono, vita che si consuma nel dono di sé”. 

Ma per farlo … ci va tanta forza di Dio. Tanto Signore dentro di noi. Che non toglie nulla, dà tutto! E allora ti guardi attorno e vedi tanta cura, tanto amore in ogni cosa, abbracci per i più fragili, orti curati, cibo da condividere, tanti miracoli, tanti, ve lo assicuro.  E allora la parabola è proprio un racconto sulla resistenza del nostro crederci, che ogni giorno può veramente fare dei miracoli assoluti. 

Ma … il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

👉 Oggi provo a risponderMI. 

ISCRIZIONI A CATECHISMO 2025 – 2026

LUNEDI 27 OTTOBRE DALLE ORE 18,30 ALLE 19,30

MARTEDI 28 OTTOBRE DALLE ORE 2O,30 

Si ricorda che l’iscrizione va fatta PERSONALMENTE dai genitori, per cui occorre la presenza del papà o della mamma del bambino/a o eventualmente un famigliare. Nell’incontro prima della compilazione del foglio spiegheremo come si svolgono i cammini di quest’anno.

Il catechismo inizia la settimana dopo i Santi.

Vi aspettiamo!

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

XXVIII DOMENICA    del Tempo Ordinario – Anno C 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 17,11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

L’abbiamo già detto, Gesù aveva un senso dell’orientamento geografico un po’ strano: non rispettava le logiche dell’ottimizzazione dei percorsi. Tuttavia conosceva bene la geografia esistenziale e del cuore, e infatti, se prendiamo una cartina geografica in mano, scopriremmo che se non è logico passare dal nord (Samaria e Galilea) per andare a sud (Gerusalemme), è squisitamente confortante sapere che Gesù attraversa terre di paganesimo e infedeltà che sovente sono i due nomi dei nostri cuori: Gesù non disdegna il passaggio continuo e la sua presenza proprio nel loro mezzo per essere offerta  guarigione e di misericordia costante. Potremmo dirla con San Paolo, nella seconda lettura: “se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”. 👉 Io cosa me ne faccio della fedeltà di Gesù alla mia vita? Quanto corrispondo e trovo spazi di scambio a partire dalla Sua presenza? Entrando nel villaggio Gesù, poi,  incontra dieci lebbrosi reietti e disobbedienti –  perchè dovevano stare nel deserto e non nel Villaggio –  che gli chiedono la guarigione. Appena li vede la sua risposta affermativa mette in conto la loro collaborazione: “andate dal sacerdote!”. Questi uomini non avevano ancora visto nessun segno, ma nel loro stato di malattia iniziano a camminare FIDANDOSI, credendoci, e mentre camminano avviene il processo di guarigione, che come sempre, corrisponde al grado di fede messo nei confronti del Maestro. Capita così anche per noi. Non è la situazione perfetta che ci fa partire, che ci fa alzare, che ci dà la forza, ma il nostro stato di bisogno che accoglie e si fa accompagnare dalla forza della Parola: “la tua fede ti ha  salvato”. Questo il compimento del miracolo: avere compreso che la beatitudine della vita nasce dal corrispondere al dono della Buona Notizia che viene fatto a TUTTI quelli che lo vogliono. 👉 Io che posizione ho nei confronti del dono della Parola di Dio? Sono consapevole che tante volte le cose non cambiano e rimangono inconcluse nelle mia vita lo sono perchè non accolgo la forza della Parola di Gesù? Una volta riscoperta questa dinamica di vita, sicuramente torneremo da Lui per ringraziarlo, ossia per vivere l’Eucarestia, atto di rendimento di grazie per la vita che ci è data, e magari rinnovati a tal punto da rendere visibile anche ai nove che non si sono presentati, che forse proprio lì si può trovare quello che non c’è altrove. 

XXVII DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Nella seconda lettura della messa di domenica, San Paolo, scrivendo a Timoteo dice: “Figlio mio, ti ricordo di RAVVIVARE il dono di Dio, che è in te”. Può sembrare una cosa scontata e banale, in realtà non lo è per niente. Ravvivare significa impiegare tutte le proprie forze e risorse per mantenere vivo qualcosa. Ravvivi il fuoco, ravvivi il pavimento di casa quando lo pulisci, ravvivi un quadro quando lo restauri, restituendo alla tela i colori originari coperti da patina e sporco, ravvivi ogni volta che cerchi di eliminare tutto quello che ha portato o potrebbe portare morte a qualche realtà che invece reclama vita e possibilità di espressione. La stessa identica cosa vale per la nostra fede: un fuoco vivo che viene alimentato dalla legna, protetto dalle correnti e dall’acqua ha la stessa struttura del nostro legame con Dio, che abbisogna di cura costante e meticolosa … per non morire. Io cosa faccio per tenere vive le ragioni della mia speranza? Mi sono fermato al catechismo delle elementari o sono cresciuto con il Vangelo? Rendo possibile a Gesù la comunicazione della sua forza e della sua presenza nella mia quotidianità? Come?  

Il salmo ci dà una risposta nel ritornello che canteremo o reciteremo assieme, ossia: “ascoltate OGGI la VOCE del Signore”. Si parla di due cose: l’OGGI e la VOCE del Signore. Il mio oggi, l’unica risorsa che ho a disposizione nella vita, se voglio vivere veramente la pienezza dell’istante, che coincide con una vita che non si lega alle nostalgie di un passato (più idealizzato che reale, a volte) e non affida la ragione della speranza a un ipotetico futuro che non arriva mai. Ci viene consegnato solo il presente: il passato o il futuro sono stati o saranno il frutto della nostra PRESENZA.  Tutto ciò reclama un tempo che noi dichiariamo di non avere mai, ma, in realtà sarebbe più preciso dire, non TROVIAMO mai. Perchè non scegliamo e ci facciamo trasportare da mille cose. Tante sono  inevitabili, ci mancherebbe, ma tante subite, sovente con il gran piacere apparente e falso di risollevarci dalle tribolazioni. Però non è evitare i problemi la possibilità della loro soluzione, ma ascoltandoli facendoci guidare dalle ispirazioni più sagge e importanti. Per questo nel nostro OGGI c’è sempre una VOCE che ci parla in mille modi, che può essere ascoltata da chi non indurisce il cuore e volge al sua attenzione alla presenza di Dio. Non solo Parola, ma VOCE: il Signore ci parla in mille modi. E veramente le nostre ventiquattr’ore sono piene di messaggi importanti, inviti a rinnovarci, trasformarci e trovare punti di equilibrio e fraternità in grado di fare nuove le cose. Tutti i giorni. Ogni OGGI. Come gestisco il mio tempo? So esserne padrone o mi viene sequestrato continuamente da distrazioni inutili? 

 

Il vangelo ci promette che basta una fede grande come il granellino di senape, che alla fine è l’invito a non puntare sulla quantità, ma sulla qualità delle cose che facciamo: possiamo avere 1, 3 o 5 talenti: non importa! Quello che conta veramente è la pienezza che metto in quello che faccio: “sei stato FEDELE NEL POCO, ricevi MOLTO!”.  Non si tratta di piccolezza o grandezza, ma di coinvolgimento, apertura, disponibilità e attenzione. E questo rende la nostra vita qualcosa di nuovo: un servizio, la regalità di gesti che rinnovano il mondo a partire dalla buona notizia della possibilità di un mondo e un’umanità diversa, come quella propiziata da Gesù e dal Suo Vangelo. La proposta è veramente appassionante. Siamo tutti stanchi di certi cliché e certi modi di fare … perchè non rendere possibile questa differenza? Varrebbe la pena! La mia fede trasforma la mia vita? Cosa vogliono dire per me le parole di Maria: “sono servitore della Tua Parola?”