23ma DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un
sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

 Forse non ci pensiamo mai abbastanza, ma tutte le nostre storie personali di vita cristiana, in una comunità parrocchiale, nascono proprio dalla ripetizione del gesto che Gesù fa sul sordomuto e che il celebrante compie su ogni bambino che viene portato in Chiesa per ricevere il sacramento del Battesimo.

Si chiama il rito dell’EFFATA’, che, ci ricorda Marco, significa APRITI! É bello pensare questo: la vita circola quando APRI la porta e la finestra di casa tua. Ogni inizio coincide con un’apertura, con la decisione di fare uscire l’aria viziata dei pensieri mortiferi e fare entrare il respiro portatore di novità e cammino che bussa continuamente alla porta del nostro cuore. La finestra aperta fa uscire il cattivo odore dello scoraggiamento e della delusione. La porta aperta rappresenta il passaggio, il non sentirsi soli, l’accoglienza, la possibilità dell’incontro! Mi piace tenere la porta aperta in Parrocchia, chi vuole può entrare senza suonare il campanello, e ogni giorno capita sempre di tutto, ma tutto, sempre, ha qualcosa da insegnare. É importante chiederci com’è la porta del nostro cuore: aperta, chiusa, socchiusa?

C’è un altro particolare interessante nel gesto di Gesù: con le sue dita “creatrici” prima  apre  gli orecchi e, in seguito, scioglie il nodo della sua lingua. Come dire, una cosa che troppo sovente ci dimentichiamo: per parlare in modo corretto occorre prima ascoltare con attenzione e partecipazione. Quante comunicazioni prive di ascolto ci sono attorno a noi.  Comunicazioni? No, monologhi, sospesi e dipendenti dal nostro IO super ingombrante, incapace del gesto umile di accogliere parole “altre” rispetto alle proprie, che magari sono proprio quelle che non fanno aprire la porta. E allora, la nostra settimana ci guiderà a domandarci perchè abbiamo due orecchie e una bocca? Non forse perchè il tempo dedicato all’ascolto – fatto anche con gli occhi, il silenzio e l’attenzione – dovrebbe essere doppio rispetto a quello passato a parlare? E io come ascolto? 

Infine, sarebbe bello che l’ascolto della Parola di Dio di oggi ci facesse sentire dei privilegiati. Nella seconda lettura, Giacomo ricorda di vivere una fede “immune da favoritismi personali”, chiedendo di non fare preferenze per i ricchi a scapito dei poveri e dei bisognosi. D’altra parte, però, la pagina di Isaia e il Salmo ci rammentano che, invece, Dio le preferenze e i favoritismi personali li fa, e in modo speciale per sordi, ciechi, zoppi, oppressi, affamati e prigionieri, per “chi è caduto” , per l’orfano e per la vedova. Dovremmo recuperare questa scala di riferimento, non tanto per fare opere di misericordia da retribuire “alla fine dei tempi” per la nostra ricompensa, ma per un onesto riconoscimento del fatto che a non vedere bene, a essere privi di fecondità generativa, a camminare non sempre nel modo richiesto dalla vita, a non sentire bene i richiami che l’esistenza ci sussurra quotidianamente e a essere un po’ a terra, siamo anzitutto noi –  sono io – ; per noi e per me, allora, l’accorato invito di Dio espresso da Isaia: “Coraggio, non temere!”. Per questo … vale la pena APRIRSI.