GIOVEDI DELL’OTTAVA DI PASQUA, 16 APRILE …

NON SOLO RONDINI

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

 

Ieri sera, prima di addormentarmi, ho ricevuto un dono. 

Perchè la vita, ne sono sempre più convinto, capita sempre così, come accoglienza e risultato di ciò che ci è dato; chiaramente non sempre sembra un dono, chiaramente è sempre da “lavorare”, chiaramente a volte certe cose sembrano delle maledizioni, ma ci sono momenti in cui occorre fermarsi per ringraziare e dire: “questo è un dono!” 

Ebbene ieri ho avuto un dono: leggere un racconto di Lorenzo Marone intitolato LA PRIMAVERA TORNA SEMPRE*. 

Racconta due orette di vita di una ragazza, che si chiama Luce (di cognome Di Notte), in questi giorni di Coronavirus. Fa cose comuni, percorre le solite strade di Napoli, incontra la solita gente, ma ha una dote non comune: sa ascoltare, pensare e incontrare. 

Tra i suoi incontri c’è quello col vicino del piano di sotto, Don Vittó (non è un prete, siamo a Napoli),  che a un certo punto della loro conversazione, che entra nel fitto bosco delle problematiche da affrontare e senza soluzione ( “non capisco il significato del tutto … mi faccio troppe domande … ‘sta primavera quest’anno mi pare uno spreco” (non ci assomiglia?)), le dice questa cosa bellissima guardando una rondine dalla finestra del pianerottolo: 

“Sai cosa dice un proverbio afgano?: Possono uccidere tutte le rondini, non impediranno l’arrivo della primavera. … Pensa se una farfalla, o che ne so,  un’ape o una libellula perdessero il tempo a chiedersi il perché della loro esistenza, a farsi domande. Morirebbero prima di trovare mezza risposta. Invece campano, fanno quello che devono, e punto.

É vero che la differenza tra noi le farfalle, le libellule e le api sta proprio in quel benedetto maledetto “perché?” … c’è anche da dire, però, che a volte sappiamo tante risposte che non mettiamo in pratica, i “perché” non sono tutti così misteriosi, ma anche se sappiamo cosa fare per vivere meglio, per cambiare noi stessi, per fare dei passi di vita, non siamo così attivi a mettere in atto i  COME che possano fare la differenza. 

Lo dico per me, per te, per noi, per il mondo, l’ecologia, la cura, la salvezza, la pace, le relazioni,  il rispetto, la gentilezza, la pazienza, ecc. ecc. ecc.! 

Già: possono uccidere tutte le rondini, non impediranno l’arrivo della primavera

Andiamo al Vangelo: 

Davanti ai discepoli impauriti e turbati dalla visione del Risorto (ossia dal senso di quella vicenda, dai loro “perché” senza risposta) , Gesù dice: “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.” … “e mangiò davanti a loro”. 

In fondo la cosa che ci turba di più è questa: che un ri-sorto, cioè un ri-alzato dopo che la morte l’aveva steso sul letto della mancanza della vita mostri come primo segno della sua verità mani, piedi e bocca. Realtà tangibili. 

Mani e piedi feriti, bucati dai chiodi. Voglia di mangiare e di nutrirsi, fame soprattutto di gente che capisca cos’è successo. Di amicizia riabbracciata nel cuore e nella testa. 

Il Risorto non si capisce senza le mani, i piedi e lo stomaco. 

La gloria del Figlio risiede lì, nelle ferite, nelle fami, nei pianti strazianti senza risposta di tutti i figli dell’uomo. O meglio, non viene fermata lì. 

E prosegue  nelle vite di chi decide di provare ad affidare a Lui possibilità di luci e direzioni. 

Hanno ucciso le rondini, ma la primavera ritorna. 

Anzi, arriva anche l’estate coi suoi frutti.

Per Gesù.

Per noi con Lui. 

A meno che, in fondo, a impedire l’arrivo della primavera, forse,  sia proprio io. 

Sì, proprio così. 

Basta non aprire.

(* Lorenzo Marone, La primavera torna sempre, Feltrinelli. É scaricabile gratuitamente sul sito kobo.com)

Per riflettere: 

  • Cosa vuol dire per me che i segni del risorto siano le sue mani e i suoi piedi feriti e la sua voglia di mangiare?

15 APRILE, MERCOLEDI DELL’OTTAVA DI PASQUA …

VIAGGI

Dal Vangelo secondo Luca

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme,
Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e
fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Un pensiero:

La vicenda dei discepoli di Emmaus assomiglia tanto alla nostra vita: è un viaggio. 

Un viaggio che a volte sembra concludersi nel nome del ritorno sui passi della vita di prima, e felicemente, invece, si compie nel “tornare a Gerusalemme” da dove si era fuggiti delusi. 

Un viaggio nel quale, e quante volte (mi) capita, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Quanti irrilevanti Gesù si sono accostati alle mie giornate, alle mie preghiere, ma i miei occhi impauriti e nascosti non sono stati in grado di riconoscerlo. Il problema non era la sua assenza, ma i miei occhi incapaci di girarsi, le mie orecchie impedite di ascoltarlo. Ti viene da pensare:  Meglio rifugiarsi all’ombra della piccolezza del proprio io, sembra più rassicurante, tanto non ci sono vie d’uscita!”. Eppure, mentre “conversi e discuti” nei tuoi monologhi interiori, sempre, è disposto, Colui che è la Parola della vita, a suggerirti parole nuove di vita per te, se solo … ti giri. Se solo riascolti “ciò che in tutte le Scritture” si riferisce a Lui, e dunque a me, perchè Dio, nel suo Figlio, parla di me figlio come e in quel Figlio. 

Un viaggio dove ci sono tanti indizi di Resurrezione. Nel Vangelo delle donne “sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Nelle nostre vite tante persone ogni giorno ci raccontano che credere e sperare nel Risorto porta a rinascere; tante mani che si trasformano in dedizione e cura ci riscattano dall’inerzia che ci vorrebbe rassegnati e senza speranza, magari anche con quelli che ci sono più vicini e senza applauso; tante persone che hanno il coraggio di attraversare la verità dei propri angoli bui trovano luce in Gesù; tante persone che con umiltà e senza tanta retorica informatica e social ci sono per soccorrere il silenzio  e la solitudine di quanti sono abbandonati (e a volte basta poco, magari la semplice consapevolezza di appartenere alla medesima umanità).  Indizi che fanno credere e sperare e indizi che accendono quell’attenzione che emerge ogni volta che decidiamo di non assegnare all’indifferenza il compito di essere giudice della nostra realtà personale. 

Un viaggio dove capisci che le cose possono capitare solo “lungo la via”. 

I primi cristiani erano chiamati “quelli della via” … via che indicava Gesù (Io sono la Via), ma anche via, che, alla fine del Vangelo di Luca, ci suggerisce questa cosa: Dio lo puoi trovare solo se cammini. Gustando tutti i passi che fai,  osservando i panorami dentro e fuori di te e vivendo nella certezza che la meta non è semplice frutto del tuo impegno,  ma dono di un’apertura e di una fiducia che sa che può ancora capitare qualcosa di nuovo, se tu lo farai accadere e sarai disposto ad accogliere.  

E … “partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”.  

Per riflettere:

  • Quali  sono gli “indizi di Resurrezione” che colgo attorno a me?
  • Cosa significa per me la “presenza” di Gesù? Come la vivo?

14 APRILE, MARTEDI DELL’OTTAVA DI PASQUA …

DISTRUTTE! 

Salmo cf. Sal 117 (118)

È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo.

È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti.

Tutte le nazioni mi hanno circondato,

ma nel nome del Signore le ho distrutte.

Mi hanno circondato,

mi hanno accerchiato, 

ma nel nome del Signore le ho distrutte.

Mi hanno circondato come api, 

come fuoco che divampa

tra i rovi,

ma nel nome del Signore le ho distrutte.

Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,

ma il Signore

è stato il mio aiuto.

Un pensiero:

Buongiorno! 

Stamattina apro la mia condivisione della Parola con le parole del Salmo 117. 

Se l’avete letto, per favore, rileggetelo, lentamente, “sentendo” non solo nella mente, ma dentro di voi, direi quasi fisicamente, il senso di queste parole.

Il salmista ci parla di problemi: nazioni che assalgono, api come fuoco che divampa tra le spine, spinte per fare cadere, e,  nonostante tutto, un ritornello: “nel nome del Signore, le ho distrutte”. 

Mi colpiscono due cose: 

1. Il nome del Signore ha un potere! Il potere  di distruggere quello che vorrebbe distruggerci.  

Nominare,  ossia dire un nome, significa rivolgersi a una realtà vivente, a una persona: si vive nominando e invocando una parola in grado di darci la vita; si  vive perché qualcuno ti rivolge la sua parola. 

E di nuovo “la parola”: quella che scegli come guida e centro del tuo cammino, ci dice il Salmo, sarà per te “possibilità di vita” nonostante le furie scatenate del mondo, che hanno i volti citati ma potrebbero essere infiniti e diversi per ognuno di noi. 

La parola riempie di responsabilità e invoca grande attenzione, si  gioca tutto a partire di lì. 

2. A sconfiggere le furie del mondo, non è Dio, ma sono “IO che  ho invocato DIO”. 

Falsa religione quella che invoca  e prega il nome del Signore senza coinvolgere la propria presenza e la propria libertà. 

Falsa religione quella che pensa: “ci penserà Dio”, perché se non ci pensi tu (con Lui), Lui non ci penserà. 

Il nome del Signore  attiva alleanze che mettono in moto, fanno camminare  e affidano il compimento delle cose alla speranza. I cammini si attivano solo così. Gesù non va “trattenuto” , ma va camminato, percorso (per capirci)  

Un compito: 

Il Salmo ci parla di problemi concreti, che riguardavano la vita del suo compositore. 

Oggi sarebbe bello che provassimo a fare un elenco di quelle che riguardano la NOSTRA vita: quali sono le realtà che in questo  momento mi stanno “circondando”  togliendo lucidità al pensiero e respiro al mio cuore?  Quali pungiglioni, quali rovi stanno stringendo come una morsa le mie speranze? Quali “spinte” sento che mi impediscono di mantenere l’equilibrio che vorrei? 

Davanti a tutti questi problemi, io – che mi ritengo cristiano – in che cosa sperimento che “nel nome del Signore” affronto i miei problemi (magari anche senza risolverli, ma con Lui)? 

Lo dico perché ritengo che sia fondamentale chiederselo. 

Altrimenti, le nostre preghiere, le  nostre  Messe, tutti gli anni di catechismo, i Rosari, i Ritiri Spirituali, insomma – diciamolo in una sola parola – Gesù …. ma, a cosa (mi) serve? 

Altrimenti … ma … a cosa serve una Parrocchia se non ad aiutarmi a rispondere? 

Se fa altro lamentatevi col Parroco!

13 APRILE, LUNEDI …

REGALI DI PASQUA

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

Un pensiero, per riflettere …

Buongiorno, buona “Pasquetta”!

Stamattina, le parole conclusive della Messa dicevano: “fa, Signore, che rispondiamo al tuo dono”. 

Pensavo ai doni. Pensavo al fatto che il dono dipende sempre dalla mia reazione e dal mio modo di viverlo e di capirlo.

Non esiste dono senza qualcuno che lo accolga e  ne faccia qualcosa. 

La Parola di oggi ci racconta reazioni diverse di fronte all’unico dono della Resurrezione di Gesù: Pietro negli Atti degli Apostoli va a predicare, tutto cambiato e trasformato rispetto al giorno della pavidità codarda nel cortile davanti alla serva; le donne corrono, non più da piangenti e scorate imbalsamatrici di un morto, ma animate da un Vivente; le guardie si fanno dare dei soldi e, come Giuda, “coprono” il fattaccio: Giuda  per trenta denari consegna un vivo, le guardie, con una buona somma di denaro rinnegano un morto-risorto (ma che sarà?): cosa non si fa per un po’ di denaro! 

Insomma, modi diversi di rispondere al Suo Dono. 

Di rispondere al Risorto. 

E allora estendo la questione a me, che da 49 anni – gli ultimi, possibilmente, in modo un po’ più consapevole – celebro la Pasqua della Resurrezione: COME RISPONDO A QUESTO DONO? COSA VUOL DIRE CHE GESÚ RISORGE PER ME? COSA SIGNIFICA COMINCIARE AD ACCOGLIERLO? COSA CAMBIA AL MIO AFFANNATO “IO”,  CHE SEMPRE SI RITORCE SE SE STESSO, PIENO DI PAURA DI ACCOGLIERE LA POSSIBILITÁ DELLA LIBERTÁ?

Cosa significa, per me, “essere liberato dalla paura di OSARE LA VITA OGNI OLTRE EVIDENZA DI MORTE, per acconsentire alle doglie del parto di un mondo nuovo che comincia sempre con un modo nuovo di stare al mondo?” (Semeraro).   

Un po’ di domande, lo so, però sono domande che mi possono aiutare a camminare, a PROGREDIRE e a TRASFORMARMI: perchè questa è la grande sfida della Resurrezione. 

Il senso del Suo dono. 

Buona giornata! 

12 APRILE, PASQUA!

AUGURI DI PASQUA DI RESURREZIONE!

So che cercate Gesù, non è qui (nel sepolcro)! 

Che bello questo: non è qui!

C’è, esiste, vive, ma non qui. 

Va cercato fuori, altrove, diversamente, 

è in giro per le strade, è il vivente, 

un Dio da cogliere nella vita. 

Dovunque, eccetto che fra le cose morte. 

È dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, dentro l’atto di generare, nei gesti di pace, negli abbracci degli amanti, 

nel grido vittorioso del bambino che nasce, 

nell’ultimo respiro del morente, 

nella tenerezza con cui si cura un malato. 

Alle volte ho un sogno: che al Santo Sepolcro ci sia un diacono annunciatore a ripetere, ai cercatori, le parole dell’angelo: non è qui, vi precede. 

È fuori, è davanti. 

Cercate meglio, cercate con occhi nuovi. 

Vi precede in Galilea, là dove tutto è cominciato, 

dove può ancora ricominciare. 

L’angelo incalza: ripartite, Lui si fida di voi, 

vi aspetta e insieme vivrete solo inizi. 

Vi precede: la risurrezione di Gesù è una assoluta novità rispetto ai miracoli di risurrezione 

di cui parla il Vangelo.

(E. RONCHI)

11 APRILE, SABATO SANTO …

Silenzio di Dio!

Rendiamo grazie a Dio. 

Un pensiero…

Buongiorno, di tutto cuore, in questo silenzio surreale, dai tabernacoli aperti e dai pieni svuotati dentro di noi. 

Oggi Gesù ci parla col silenzio.

Sono certo che in questi giorni tanti di noi si sono incontrati e scontrati col silenzio. 

Ma il Sabato Santo ci fa una promessa che fa la differenza rispetto a tutto il resto: IL SILENZIO NON É VUOTO, MA PIENO DI COLUI CHE VINCERÁ IL BUIO E LA MORTE. 

Il Silenzio di Dio è la Parola più forte che ha pronunciato per noi.

Se al centro del mio silenzio, anch’io, non avrò paura di farmi prendere le mani da Lui, di farmi abbracciare, così come sono, di ammorbidire la rigidità che sento a livello del mio stomaco, di aprirgli la porta per accorgermi che … “è lì, sta aspettando proprio me”, allora – anche se questa è strana, pazza, insolita – celebrerò finalmente Pasqua, e magari meglio di tutte quelle che ho vissuto fino a oggi. 

Oggi vi voglio lasciare un dono stupendo, almeno, per me lo è. 

Sono le parole di un’”omelia del Sabato Santo” che tutti gli anni meditiamo nell’Ufficio di Letture, che raccontano con molta precisione  il senso di questo giorno (vi invito a “inspirare” le parole che leggerete): 

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

    Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

    Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui!

Esci! Sii illuminato! Risorgi! Svegliati, o tu che dormi!

Proviamo a portare con noi queste parole, come un MANTRA ripetiamocele sostituendole a tutti quei pensieri e a quei monologhi ossessivi e autodistruttivi che ci portiamo dentro …

E il Risorto … non lo lasceremo più!

Vi abbraccio forte. 

Vi voglio bene. 

Per riflettere:

  • Oggi cosa farò per stare in silenzio con Gesù?

10 APRILE, VENERDI SANTO …

VOILÁ

Dal Libro del Profeta Isaia

Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente”.

Dal Vangelo secondo Giovanni

Ecco l’uomo

Un pensiero:  

Se immaginassimo questo venerdì Santo – preludio della Resurrezione di Gesù –  come un quadro, mi verrebbe da dire che la sua cornice – e la cornice FA il quadro! – sia costituita dalla parole di Isaia e di Giovanni. 

Un quadro strano, dipinto a pennellate contrastanti e nervose e pieno di tonalità cromatiche scioccanti. 

Stridono le parole di Isaia, quasi  come una beffa: “… sarà onorato, avrà successo, esaltato …”. 

Aggettivi che ci piacciono: chi non vuole aver successo?  Chi non desidera essere degno di onore?

Nessuno! 

Manco il Servo di Dio. 

Il problema è che i parametri del successo non assomigliano a quelli che pensiamo noi: una croce, un amore senza condizioni, una condanna ingiusta, una smorfia infinita di dolore …. Che razza di successo! Meglio non averlo, per una volta, meglio non pensarci! 

Eppure, il Vangelo non tarda a definire Gesù proprio in questa maniera: ECCO L’UOMO! L’uomo smarrito, l’uomo che cerchiamo di essere, l’uomo che è voglia di dare senso. Giovanni ci dice che possiamo vederlo lì.

Ecco l’uomo che è uomo per questo solo motivo: ha creduto talmente alla vita … da morire! 

Paradosso della Croce: sono  disposto a morire solo per ciò per cui sono disposto a donare la vita. 

Trova senso per vivere solo chi ha trovato un senso per morire. 

La mamma e il papà per i figli,  l’uomo per la sua donna, gli amanti, le mani compassionevoli e misericordiose, il tempo scelto, il “reso prossimo” per strada, il povero disgraziato di cui nessuno mai parlerà, che c’era,  … gesti di vita fino alla morte. Quanti! 

Quanti uomini!

Quante donne! 

La croce è la FORMA del dare la vita di Gesù. 

Non è l’esaltazione ammirata feticista di uno strumento di morte, ma la contemplazione di uno che si è letteralmente fatto uomo così per raccontare un Dio-diverso da quello dei terremoti e delle tempeste; di un fatto uomo così che non poteva dire il suo amore che nel darsi senza riserve, liberandoci dal timore dell’onnipotenza capricciosa del divino; fatto uomo così per dirci che Dio è così, come Lui. Un gesto di amore. Piantato nelle nostre croste, in mezzo alle ferite che bruciano. Nelle nostre domande senza risposta. Come noi. Lì ha ritrovato casa. Se cerco Dio altrove non trovo quello di cui mi ha parlato Gesù. 

Però, sinceramente, non mi interesserebbe neanche. 

E la storia pare che non finisca qui. 

Basta. 

Per riflettere:

  • Cosa faccio, io, per FARMI uomo/donna? 
  • Per chi sono disposto a dare la mia vita? 

9 APRILE, GIOVEDI SANTO …

OCCHI FISSI

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga,
gli occhi di  tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Inizia il Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico, centro di ogni cosa. 

Oggi è il GIOVEDI SANTO,  giorno in cui ricordiamo il dono e l’istituzione dell’Eucarestia – Pane di Vita per il nostro cammino – e l’istituzione del ministero ordinato, ossia di coloro che prendono parte all’Unico Sacerdozio fondante e fondamentale, che è quello di Gesù, annunciando quello che Lui (proprio Lui, anzitutto Lui!) ha fatto e detto per tutti. 

Gesù, che dice ai discepoli di “vivere in memoria di Lui”. 

Quale memoria?

“Portare ai poveri il lieto annuncio,  proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;  rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”, anche nella forma della Chiesa, ossia, di persone che ascoltano, condividono e cercano di vivere il mandato di Gesù. 

Ma soprattutto nella memoria che Gesù non è ancora stato oltrepassato,  ma sta sempre al di sopra di tutto, esattamente come si è rivelato a noi nel Vangelo. 

Oggi, leggendo il Vangelo, su cui dobbiamo ricordare di TENERE GLI OCCHI FISSI, – pena il tradimento del nostro Credo che dice che il Figlio ha rivelato definitivamente il Padre – mi domando che cosa significhi, per me e per noi, (perché tutti coloro che dicono di credere sono “mediatori”  della buona Notizia di Gesù per il mondo) “portare ai poveri il lieto annuncio,  proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;  rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. 

Cosa significa che il messaggio di Gesù è “lieto”  e non, invece, patetica espressione del machismo,  religioso e  violento, di “superautoproclamantisi” testimoni delle  (proprie) sicurezze pagano-religiose? Non sarebbe piuttosto più giusto servire la speranza che umilmente, ma tenacemente, informa i passi della nostra fraterna quotidianità?

Cosa vuol dire recuperare la vista, se non avere la continua opportunità di “volgere lo sguardo”, di “fissarlo” su Gesù? 

Noi siamo quello che guardiamo, che ascoltiamo, di cui nutriamo le nostre interiora e la nostra interiorità:  il mio sguardo è curato dalle mani di Colui che è venuto per i malati e non per i sani? 

E rimettere in libertà gli oppressi? Proclamare la libertà ai prigionieri? Siamo così vanitosi da pensare di potere comunicare agli altri questa notizia, quando non passiamo neanche un momento a pensare, davanti a Gesù, alla sua luce, quali sono le cose che ci opprimono, ci soffocano, ci impediscono di respirare e inspirare (non basta inspirare, occorre espirare, rinnovare l’aria del cuore, altrimenti si soffoca!)? Siamo noi i primi destinatari del Sacerdote che è  Gesù. Altrimenti andremo verso gli altri in “libertà vigilata e condizionata”, da quel carcere che c’è nel nostro cuore e dal quale non vogliamo assolutamente uscire. Però, ci soddisfa fare delle belle rappresentazioni. Ma le rappresentazioni sono per gli attori, per quelli che si mettono le maschere, ossia i farisei … gli ipocriti. 

Che bello pensare che davanti a Gesù,  invece, abbiamo la possibilità di trasformare e rinnovare proprio queste realtà, di diventare vita un po’ più nuova, vera, nutrita Pasqua da risorti. 

Perchè il Vangelo ci raggiunge in questa speranza. 

Vorrei allora concludere con una postilla: in questi giorni circolano messaggi apocalittici attribuiti alla volontà devastante di Dio che induce la fede a colpi di terremoti e conseguenti liberazioni intestinali, perché a leggerli c’è veramente da “farsela sotto” . Mi chiedo se chi dice e trasmette questi messaggi sia cristiano, perché essere cristiani significa credere che Gesù Cristo è la rivelazione del volto salvifico di Dio. A voi sembra logico che uno ti dica: “se non mi ami ti distruggo!”,  se non vivi per me ti ammazzo!” “se non ti converti mando il terremoto” “se non fai il digiuno ti trito”…?   Non so, non mi pare che siano pensieri secondo il Vangelo e neanche secondo Gesù Cristo, il quale – se ricordiamo la pagina delle tentazioni – davanti a quel perfido personaggio che era il diavolo, non cede alla seducente e dolce suggestione di rivelare il volto del Padre  con i gesti che bypassano la faticosa assunzione del senso della libertà e, soprattuto, la responsabilità di chi ritrova nell’alleanza con Dio, giorno dopo giorno, una direzione  a favore della propria vita, e non una minaccia di morte. Altrimenti, scusate, perchè facciamo Pasqua? Recitiamo? 

Ma i nostri occhi dove li stiamo fissando? 

A meno che Gesù non conti più.

(In questo caso avvisatemi, cambio religione!)

Buon Triduo … con Gesù. 

8 APRILE, MERCOLEDI SANTO …

FIDARSI

Dal Libro del Profeta Isaia

“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.   Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. 

Un pensiero:

PORTE

Buongiorno a tutti! 

Se domenica abbiamo varcato il portone della Settimana Santa, oggi varchiamo un’altra porta, quella che ci fa accedere definitivamente al senso della vita di Gesù –  che celebreremo da domani nel Triduo Pasquale – e, di conseguenza anche della nostra, perché Dio ci ha “pensati” come suo Figlio. 

Facciamo un altro passo.

La vita è in cammino. 

ORECCHIE 

Colpiscono le parole di Isaia, che delinea il profilo del vero discepolo: uno che parla, dopo avere ascoltato. Uno che indirizza “una parola allo sfiduciato”, perché lui, per primo, l’ha ascoltata e accolta nella sua vita ritrovando quella fiducia che rimette in piedi. 

Qualcuno dice che se il Creatore ci ha fatti con due orecchie e una bocca è perché dobbiamo ascoltare il doppio di quello che parliamo.  

Anche il Servo di Dio di Isaia: parla  e ascolta come i discepoli. 

Se parlare è l’azione tipica dell’apostolo che annuncia, ascoltare è l’azione tipica del discepolo che impara. Ma che ha ascoltato tanto. Che ha fatto tanto silenzio prima di andare ad annunciare.  Di colui che sa che la sua missione diventa efficace solo perché NON SI TIRA INDIETRO E NON OPPONE RESISTENZA davanti alla Parola della Vita, la Parola della RINUNCIA PER TROVARE.  

E allora comincio a chiedermi quanto sono abitato dalla presenza della Parola di Dio. Comincio a vedere che quando chiede la mia disponibilità mi fa irrigidire (opporre resistenza). Comincio a pensare che la Chiesa è piena di apostoli che, per primo, come me, fanno tante cose, dicono tante parole, ma ACCOLGONO BEN POCA PAROLA. E ci si lamenta che le cose non vanno. Ma, noi cristiani, quanto diventiamo le parole della Parola? Quanto siamo voce dell’Annuncio e non semplicemente di noi stessi? 

Eppure, fino alla fine, in ogni occasione, il Signore “non si tirerà indietro” ma continuerà a parlare a tutti i cuori che vorranno aprirsi e accogliere la sua presenza. 

La storia della sua PASSIONE PER NOI non ci abbandonerà mai, perché Gesù è più tenace dei nostri  abbandoni, ci sarà sempre a tendere la Sua mano verso di noi. 

Da parte nostra, almeno un piccolo, semplice gesto da sperimentare con attenzione lungo la giornata: aprirsi, accogliere. 

I piccoli semi possono diventare grandi alberi. 

Parola di Gesù! 

Per riflettere: 

  • Cosa significa per me “ascoltare come discepolo”? 
  • Mi sento “in relazione” con la Parola che è Gesù? 

7 APRILE, MARTEDI SANTO …

IL GALLO

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».
I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui.
Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone,
subito uscì. Ed era notte.
Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire».
Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà
il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

Un pensiero:

Dio non esiste perché è da qualche parte, ma esiste perché tu gli permetti di abitare in te,  e tu gli permetti di venire al mondo, anzitutto nel tuo. Come hanno fatto Maria, Abramo, Giacobbe, Gesù & Co., fino  ad arrivare a noi. 

A noi sta “incarnare” la parola che ascoltiamo, per renderla carne nella nostra carne, ogni giorno. Letteralmente “mettere al mondo Gesù”. Partorirlo. 

Oggi vorrei condividere con voi tre pensieri che mi hanno raggiunto leggendo le letture dalla Messa. 

NOTTE 

La Passione di Gesù si consuma di notte. 

Il tradimento, l’abbandono, la consegna, la vendita di chi ci vuole bene, la rinuncia, non possono che avvenire favoriti dall’ottundimento delle tenebre. Quelle tenebre che non ci fanno più vedere. Non solo gli altri, ma anche noi stessi.

Giovanni nel Prologo scriveva:  la luce è venuta tra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”.  

Io non penso che il Vangelo di oggi sia la narrazione del potere chiromantico di Gesù di prevedere il futuro; mi sembra piuttosto la storia della coscienza di Giuda. 

Giuda che osserva, Giuda che, davanti a Gesù, si dice: “quello che devi fare fallo subito, perchè se continui a fissare la Luce può annientare le tue tenebre”; Giuda che è a tavola con tutti i discepoli, da discepolo, fino alla fine; Giuda che per primo riceve da Gesù il “boccone d’onore”, il primo, il migliore. 

… “Fermati, luce, tu brilli troppo, mi accechi!”

Giuda che preferisce andarsene, perché davanti all’evidenza non puoi  discutere, puoi solo voltare le spalle.

Subito uscì, ed era notte

Notte nel cuore, dunque notte dappertutto. 

Inizia così e finisce così, ma qualcosa, una piccola pietra, fa saltare il perverso e oleato ingranaggio della morte. 

LUCE

Nella prima lettura di Isaia, il Servo di Jhawhè, il Figlio di Dio, si sente dire: “ Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”

L’amore è la sola forza in grado di riportare luce nel cuore delle tenebre. 

Le tenebre,  nonostante tutto – e questo  lo ricorderà nuovamente e testardamente anche la Pasqua di quest’anno a “chi Lo accoglie” – non sono state vinte. Nè il Gesù, né in noi con Gesù. 

Gesù non è uno sprovveduto innamorato, è un ferito che continua ad amare. A dare bocconi di cibo sino alla fine. A lavare piedi immondi. Ad amarci nelle nostre tenebre e oltre le nostre tenebre. 

Certo, in modo illogico e senza tornaconti, se non la grande gioia di vedere un amico che anziché tuffarsi nel buio della tenebra,  decide di ri-esporsi alla possibilità della luce. 

GALLO

Tra la notte e il giorno c’è un gallo. 

Il gallo che ti avvisa che anche tu, Pietro (io) che avevi detti che “avresti seguito il Maestro fino alla morte” e poi non hai avuto neanche il coraggio di dire che lo conoscevi davanti alla serva del cortile, hai la possibilità di girarti e vedere che i Suoi occhi non ti condannano, ti implorano soltanto di avere il coraggio e la fiducia di metterti di nuovo dietro di Lui, perché il primo gesto di amore della Passione non è la croce, ma ridare perdono e fiducia a chi ha il coraggio e l’onestà di “piangere amaramente” sul buio del suo cuore e permettere alla luce di fare il suo lavoro. 

E luce fu.  Pietro si fa perdonare. 

E notte, invece, nel cuore del povero Giuda, che decide di ammaestrarsi da solo –  nessun Rabbì – in vita e in morte. Ma magari no, oltre la morte. 

Tra la notte e il giorno c’è un gallo. 

Tra Giuda e Pietro c’è un gallo. 

Tra la memoria del tradimento e la profezia di una nuova vita c’è Gesù. 

Tra me e Gesù … un Vangelo di vita nuova. 

Un abbraccio e buona giornata! 

Per riflettere: 

  • Quanto permetto alla luce di Gesù di illuminare il mio buio?
  • Quali sono le parti della mia vita che hanno più bisogno di questa luce?